Là fuori il mondo si scuote, crollano paradigmi globali, Trump porta tutti a spasso a Davos, in Medio Oriente si ingrossa lo schieramento navale americano, spera il popolo iraniano martirizzato dagli ayatollah. Ma la sinistra nostrana prosegue imperterrita nella propria mono-ossessione, la “questione palestinese” (che poi è sempre questione anti-israeliana, e siamo generosi), e ha freudianamente trovato il nuovo totem a cui aggrapparsi e da condurre in pellegrinaggio ovunque vi sia un microfono.
Il neo-totem dei “progressisti” (risate in sala) si chiama Fadwa Barghouti, avvocato e moglie di Marwan, nella realtà detenuto in un carcere israeliano con 5 condanne all’ergastolo come mandante delle azioni della Brigata dei Martiri di al-Aqsa, tra cui attentati contro militari e civili. Nella narrazione alternativa del campo largo e dei non pochi corifei mediatici a supporto, ”il Nelson Mandela palestinese”. E alla moglie del neo-Mandela, in questi giorni in Italia, viene cucita addosso una serie di eventi, dibattiti, punti stampa, aperitivi e probabilmente partite di burraco che obiettivamente realizza l’ubiquità umana.
Di seguito, un sicuramente parziale tentativo di riepilogo dell’agenda romana della signora Barghouti. Anzitutto, ha incontrato l’intero stato maggiore del centro (si fa per dire)-sinistra ai gruppi parlamentari di Montecitorio, con tanto di photo opportunity a fianco di Elly-Giuseppi-Fratoianni-Bonelli. La compagnia ha approfittato per stroncare come “inaccettabile” e “scandaloso” il trumpiano Board of Peace (evidentemente non gli piace la pace a Gaza, e coerentemente si accompagnano con la moglie di uno che si definì “non pacifista”). Dopodiché, ed eravamo a ieri, Fadwa è stata audita al Comitato permanente sui diritti umani della Camera, perla gioia della presidente, una raggiante Laura Boldrini, la quale ha potuto prendersela con “i tribunali militari israeliani che sono uno strumento dell’occupazione”. L’avvocata coniugata Mandela-bis ha espresso l’auspicio “Israele risponda delle sue responsabilità!”, che un titolo lo assicura sempre. Il giorno prima era già riuscita a dare un’intervista al Fatto Quotidiano, tuonando che “senza la fine delle colonie illegali è difficile immagine una pace duratura” (pur dotati di microscopio di ultima generazione, non abbiamo rintracciato nel pezzo la parola “Hamas”). A ruota è arrivato il Tg3, con la cui inviata adorante si è lamentata che sì, certo, suo marito è come Mandela, mentre “gli israeliani non hanno un de Klerk!”.
In questo rimpallo spaziotemporale che è il Barghouti-tour ieri Fadwa ha anche partecipato al convegno organizzato da Al Fatah Italia, chiaramente presso il gruppo Pd alla Camera. Presenti tra gli altri Boldrini e Bonelli, ormai integrati nello staff dell’avvocata, nonché il padre (più o meno) nobile di tutte le sinistre ProPal, Massimo D’Alema. Per tentativo di completezza (ma ora che questo giornale va in stampa potrebbero essersi tranquillamente aggiunte un paio di interviste e una tombolata), bisogna citare anche l’esordio del Tour: martedì sera la signora Barghouti era al Cinema Adriano per la proiezione del film “Tomorrow’s Freedom”. Che al suo fianco ci fosse Laura Boldrini non ve lo riferiamo neppure, ormai la sua onnipresenza è il correlativo oggettivo della sindrome ossessiva sinistrorsa: Gaza centro di ogni universo possibile. La prova?
Oggi, alla Sala Caduti Nassiriya del Senato. Per una volta cambiano gli interpreti, non lo spartito. La senatrice pentastellata Barbara Floridia introdurrà l’incontro “Gaza: giornalisti e sanitari vittime collaterali o colpiti in modo sproporzionato?”. La risposta ovviamente è nella domanda, tra i relatori c’è... Francesca Albanese. E qui, di colpo, potremmo rimpiangere i coniugi Barghouti.




