Nella sua rubrica sul Venerdì di Repubblica Annalisa Cuzzocrea si occupa delle parole che definisce “obbedienti”, anzi nel suo caso degli articoli determinativi. Basta usare “il” presidente anziché “la” presidente per appellare la premier Giorgia Meloni per divenire, a suo avviso, schiavi delle «narrazioni spinte dai potenti». In pratica dall’evocazione allarmista della torsione autoritaria siamo giunti alla “torsione grammaticale” imposta con la pretesa di definire al maschile un presidente del Consiglio donna. Polemica vecchia: la iniziò Laura Boldrini nell’ottobre del 2022. Eppure tema ricorrente da parte delle donne di sinistra contro Meloni che definì la querelle di natura burocratica e la risolse così: «Chiamatemi come volete, va bene anche Giorgia». Perché allora il ritornello ogni tanto fa capolino nella dialettica politica? Diciamo che a sinistra per elaborare il lutto della elezione di una donna di destra a Palazzo Chigi hanno messo in campo una serie di fumisterie che aiutano a sopportare meglio lo smacco. Questo del definirsi al maschile della premier è una delle principali. Ciò celebrerebbe secondo loro l’appartenenza di Meloni al campo degli avversari “maschi” e dunque sarebbe il segno concreto di un suo presunto antifemminismo.
Eppure sulla portata presuntamente rivoluzionaria delle declinazioni grammaticali ha scritto qualcosa di definitivo Simonetta Bartolini, giornalista e docente di letteratura italiana: si tratta di una conquista che non costa nulla, cambiare una - o in una – a non è difficile né impegnativo e distrae dalla vera lotta contro i pregiudizi che ancora pesano sulle donne. Non solo: concentrando le battaglie femministe in una questione grammaticale il fronte progressista, proteso solo alla critica inconcludente nei confronti di Meloni, non si rende conto dell’involuzione del femminismo stesso. Il femminismo, ha avvertito Lucetta Scaraffia, ha abbandonato la difesa della donna come valore universale abbracciando la cultura woke secondo cui esistono varie identità con diverso grado di oppressione. In questo modo, un femminismo riassorbito dal movimento Lgbtq+, ha finito col negare valore alla specificità femminile cancellando l’identità della donna determinata dalla capacità di generare. Il vero paradosso è che questi elementi sono ben presenti alla premier Meloni e alla cultura di destra in generale mentre sono ignorati o addirittura negati dal fronte che la critica o che la dipinge come un pericolo per il mondo femminile. Ma della fumisteria fanno parte anche altri assunti: Meloni sarebbe diventata presidente perché non disturba il patriarcato e infine Meloni e la destra non vogliono l’educazione sessuoaffettiva nelle scuole che risolverebbe il problema dei femminicidi. Nel frattempo non è accaduto ciò che la sinistra con toni apocalittici aveva profetizzato, a partire dallo smantellamento delle legge 194. È stato invece introdotto il reato di femminicidio, che è qualcosa di molto più concreto e utile degli striscioni fucsia transfemministi. Ma per i progressisti non è accaduto nulla perché – dicono- la lotta al patriarcato dev’essere culturale e non c’entra il Codice penale.
Affermazione di principio e fideistica perché non esistono dati che suffragano la tesi secondo cui se hai fatto a scuola un’ora di educazione sessuoaffettiva non diventerai un maschio violento. Ma “patriarcato” è – avverte il sociologo Luca Ricolfi – una nozione debole se applicata alle società occidentali dove non c’è più il padre (colui che pone il limite) ma persiste la sottocultura maschilista dello stupro, generata da una volontà di dominio e di possesso che non trova ostacoli etici. E allora, se proprio di linguaggio vogliamo parlare, è bene mettere a fuoco i problemi con le giuste parole, per concentrare gli sforzi sui temi reali (ad esempio la sottomissione delle donne islamiche nelle enclave arcaiche che sopravvivono in Occidente) abbandonando i falsi problemi (la declinazione grammaticale).




