“Dov’era e com’era”, il mantra della ricostruzione dopo un disastro, fa il paio con “piove governo ladro” che di solito lo precede o lo commenta. Ambedue i modi di dire hanno i piedi saldamente poggiati sulle nuvole: nel primo caso perché l’elemento affettivo non è sempre aderente a quello razionale, nel secondo perché la caccia a colpe e responsabilità è più facile quando ci si rifugia nel luogo comune. Niscemi non fa eccezione, in quanto il principio dov’era e com’era è già stato applicato nonostante le dolorose avvisaglie della natura matrigna. Dove si è aperta fisicamente la collina che ha inghiottito un lembo del paese minacciando tutto il resto del centro abitato si aprono adesso metaforicamente pure le ampie praterie per il galoppo delle parole in libertà di illusionisti e giocolieri politici, quelli sempre pronti a tirare in ballo le centurie di Nostradamus e le visioni delle veggenti, gli esperti della domenica sui cambiamenti climatici e i fustigatori degli uomini che non si arrendono alle leggi della scienza, dell’idraulica e del respiro della terra.
La frana di Niscemi, dunque, dipenderebbe pure dal buco dell’ozono, perché forse si sarebbe richiuso, dalla tropicalizzazione frutto dell’innalzamento della temperatura come ha spiegato la fisica Greta Thunberg, dalla mancanza di lungimiranza nel costruire e, tanto per non far mancare nulla, dall’abusivismo e dalle sanatorie. I prestigiatori sono pronti sul palco. Elly Schlein ha già confezionato il proclama ai siciliani chiedendo al governo uno stanziamento di un miliardo di euro, che pur infiocchettato somiglia più a un pacco che a un pacchetto dono.
I dioscuri di Avs Nicola Fratoianni e il portavoce in condominio Angelo Bonelli hanno come sempre la soluzione in tasca, in confezione Ikea con tanto di istruzioni: basta smontare un pezzo di progetto del ponte di Messina e trapiantarlo dalle parti di Niscemi, e col principio dei vasi comunicanti contabili si affronta l’emergenza, si programma il futuro e visto che ci siamo si fa anche un dispettuccio a quel birbaccione del ministro Matteo Salvini che ha la fissa di superare Scilla e Cariddi senza prendere il traghetto.
Il ponte può attendere, e infatti attende da sempre. L’emergenza climatica, poi, sta bene su tutto e come il nero casca a pennello con la moda green. Non volendo accusare né il destino cinico e baro, che peraltro lo è proprio, e neppure potendo prendersela con i manipoli inesistenti che non bivaccano né nell’aula sorda e grigia e neppure dalle parti della Sicilia, niente di meglio che pressare, intimare, ammonire, preconizzare e indicare la retta via al governo di destra. Quando L’Aquila venne schiantata dal terremoto dell’aprile 2009, e si piansero numerose vittime, il governo Berlusconi riuscì nella mission impossible di una ricostruzione d’emergenza delocalizzata per assicurare un tetto per l’inverno nelle migliori condizioni possibili.
Non era la prima volta che la città, oggi capitale della cultura, veniva colpita duramente da sismi devastanti, a partire dal XIV secolo, in una litania continua di scosse in contrappunto al ritornello “dov’era e com’era”, tipico della testardaggine abruzzese, per far rinascere L’Aquila come un’araba fenice. Le città non rifioriscono con uno schiocco di dita né con una formula magica da libro dei sogni. Niscemi quasi sicuramente non potrà risorgere su quella terra che si è disintegrata con l’acqua. E non sarà com’era anche se proverà a somigliarle. Tutto il resto è da costruire e da ricostruire. Con onestà e realismo.




