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Il Pd mette all'angolo le donne dem: Schlein umiliata ancora

di Annarita Digiorgio sabato 31 gennaio 2026

3' di lettura

«Buongiorno a tutte e tutti» in Puglia non si può dire. Il neo governatore Antonio Decaro non ha rispettato la parità di genere, e la prima a scagliarsi contro è stata Elly Schlein: «La parità di genere è importante e fondamentale. Mi aspetto che anche il partito pugliese faccia di tutto per farla avanzare e far avanzare il ruolo delle donne», ha tuonato il segretario Pd, «Lo chiedo a tutti i livelli, è un principio per me non negoziabile».

E così Decaro è costretto a buttare all’aria tutto il Cencelli che aveva difficilmente costruito. La giunta Decaro è composta da quattro donne e sei uomini. Uomo è il capogruppo del Pd regionale. E uomo è il presidente del Consiglio che Decaro ha già designato (ma non ancora nominato).

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L’INIZIO
Il giorno in cui ha convocato i suoi assessori per l'investitura ufficiale, Decaro ha contestualmente anticipato a Stefano Minerva (Lecce) e Toni Matarrelli (Brindisi) che sarebbero stati rispettivamente indicati per le presidenze del gruppo e del Consiglio, proprio per riequilibrare la rappresentatività dei territori. E tutto il partito democratico, a livello locale, è compatto su questa decisione. A differenza della Campania, dove le donne dem hanno protestato a più riprese contro la decisione del presidente Fico di nominare in quota Pd solo assessori maschi (senza che Schlein abbia mosso un dito), nel tacco d’Italia sono tutti felici e contenti. Persino il segretario regionale Domenico De Santis (uomo di Emiliano) blinda le scelte del neo presidente: «II Partito democratico in Puglia ha dimostrato con i numeri e con i fatti di valorizzare le donne. Quello del Pd, infatti, in Consiglio regionale è il gruppo che ha eletto più donne nell'intera storia delle elezioni regionali pugliesi, con cinque scranni ad altrettante donne del partito». Scelta fatta dagli elettori, più che dal partito. Considerando che in scadenza di mandato era stata cambiata la legge elettorale inserendo la doppia preferenza di genere. Quanto alle nomine il Pd finora ha ricavato tre uomini e una sola donna e l’ex governatore fuori dall'esecutivo. Abbastanza per fomentare lo scontro vista Nazareno tra Decaro e Schlein.

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PRETESTO
In fondo questa delle donne è solo una scusa nella guerra tra i due. Più rilevante è la scelta su Michele Emiliano. Rotto il patto estivo tra Schlein e Decaro sull’assessorato a tempo (fino alle politiche) per l’ex governatore in cambio della sua rinuncia alla candidatura, il neo presidente gli ha offerto una nomina da consigliere giuridico. Una poltrona da 130mila euro l’anno. Come spiegato da Decaro all'atto della nomina, il predecessore si occuperà di «norme nazionali ed europee che hanno riflessi sulle competenze regionali, con particolare riguardo alla legislazione in materia di crisi industriali, politiche del lavoro, politiche sociali e sicurezza urbana», «funzioni di impulso per la predisposizione degli scherni di disegni di legge regionale», «definizioni delle basi di intesa e di accordo sui quali la Regione deve esprimersi in Conferenza delle Regioni o ai tavoli di altri organismi dello Stato e delle istituzioni comunitarie», «attuazione degli obiettivi di semplificazione», infine «rapporti con Il Consiglio regionale e le Commissioni».

Un ossimoro per un governatore pm che ha perso tutti i ricorsi fatti quando voleva chiudere Ilva e non far arrivare Tap, e ora dovrebbe risolvere le crisi industriali da lui create. Non si sa se davvero per gli italiani sia peggio averlo come politico o come magistrato. La decisione non è ancora presa. Il decreto di nomina, firmato il 16 gennaio scorso da Antonio Decaro, non è ancora stato pubblicato. Ma solo inoltrato dagli uffici della presidenza della Regione al Csm, con contestuale richiesta di nuova aspettativa dalla magistratura per l’ex governatore pm. Spetta ora all’organo di autogoverno delle toghe vagliare la domanda e dare il via libera. Ma i tempi non sono così stretti. Pare che per «Ragioni di opportunità», il Csm voglia posticipare la decisione dopo il referendum. Proprio per non mettere altra carne al fuoco sul rapporto tra politica e magistratura. Del resto come non avere dubbi sulla sua imparzialità.

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