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Askatasuna, lo sconcertante titolo del "manifesto" sul poliziotto preso a martellate

di Pietro Senaldi martedì 3 febbraio 2026

4' di lettura

Sparare sulla Croce Rossa è disonorevole; sparare sui crociati rossi è d’obbligo. Tempi duri a sinistra. Occorre difendere il corteo di Torino organizzato da Askatasuna ma al contempo condannarne le violenze; il tutto cercando di far ricadere sul governo Meloni la responsabilità per non aver evitato la degenerazione annunciata ma senza dimenticare una necessaria condanna a qualsivoglia giro di vite possa mai esser deciso perché azioni criminali non si ripetano. Un doppio arrocco con avvitamento della ragione e del diritto; ma guai a sottovalutare, abbiamo a che fare con professionisti della manipolazione. Regola numero uno per riuscire nell’impresa: ignorare la realtà. Regola numero due: abbondare di cattiva fede. Regola numero tre: partire dal presupposto di essere sempre dalla parte della ragione.

Le tre architravi del pensiero distorto sono la teoria del complotto, quella del fino a un certo punto andava tutto bene e quella del diritto al dissenso. La prima sostiene che le violenze fanno comodo all’esecutivo, che così adesso può varare misure restrittive. Il Domani e il Fatto Quotidiano ci aprono il giornale: “Gli utili delinquenti. Governo all’assalto dei diritti”, titola il primo, che a un giorno di distanza ancora sente “l’acre odore dei lacrimogeni dei poliziotti” ma si è già perso le martellate all’agente Alessandro Calista, i cassonetti bruciati, le pietre lasciate sul selciato dai terroristi incappucciati.

I travagliati invece ci informano che questo è “Meloni cavalca Torino contro i pm”. Cosa avrà mai fatto la premier? Si è augurata che «la magistratura applichi le norme che già ci sono perché non si ripeta che alla denuncia dei responsabili non segua nulla». Sciagurata: per il Fatto la vera colpevole è Giorgia, reato di lesa toga; il sacco di Torino è contorno, neanche quasi val la pena riportarlo.

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«COLPA DEL GOVERNO»

Ma il salto di qualità lo garantisce Concita De Gregorio su Repubblica, quotidiano che pure ha il merito di chiamare i protestanti per quel che sono, “la brigata del martello”, e Ilaria Salis non se ne abbia a male (peraltro alcune testate antigovernative parlano di “martelletto e non martello”, a riprova che la sinistra sa essere garantista). La sua tesi è: tutti sanno chi sono i violenti, quindi bisognava fermarli prima; se non è stato fatto è perché la premier ha il suo tornaconto ad alzare i toni dello scontro. D’accordo, purché non si gridi al regime se il governo varerà il fermo preventivo, con obbligo per la teppaglia identificata di passare il pomeriggio in questura alla prossima manifestazione e ci si inizi a chiedere perché il tribunale di Torino si ostina ad assolvere i militanti di Aska dall’accusa di associazione a delinquere.

Parto da Marco Revelli per abbattere il secondo architrave. «Il 90% delle manifestazioni pacifiche ha una coda velenosa», afferma il politologo, facendo eco al sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, secondo il quale «frange che si sono infiltrate nella manifestazione si sono poi staccate dando luogo alle devastazioni».

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La realtà è esattamente opposta: l’assalto alle forze dell’ordine era il cuore della protesta, organizzata da chi poi si è messo il passamontagna ed è entrato in azione, dopo aver convocato antagonisti da tutta Italia e mezza Europa e aver occupato l’università, costringendo la rettrice a sospendere le lezioni, per dare un tetto ai gruppi criminali. Il corteo pacifico è stato solo un’operazione di facciata. Le migliaia di persone che hanno sfilato pacificamente sono state usate, anche se sapevano che sarebbero state usate, come ha sintetizzato l’ex presidente della Camera, Luciano Violante, magistrato, piddino ed ex comunista, secondo il quale «se ti unisci a questi cortei non puoi ignorare come va a finire, quindi sei irresponsabile o imbecille». L’arcivescovo sabaudo Roberto Repole invita a «non confondere i facinorosi con le migliaia di pacifici», ma qui è il grano buono che deve separarsi da sé dalla gramigna, anziché fornirle nutrimento, eccellenza.

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CRONACHE FANTASIOSE

E poi abbiamo i campioni dell’assurdo. Forse ci credono davvero. Ilaria Cucchi: «Meloni si scusi, è incapace di difendere i manifestanti». Il sindaco di Bologna, Matteo Lepore: «Il governo non pensi che si possa mettere a tacere il dissenso: qui servono forze dell’ordine e nuove assunzioni». Pierluigi Odifreddi: «C’era una parte che non era d’accordo, che rifiuta la ricchezza e un modello che porta guerre (e lo fa, gandhianamente, a colpi di spranga; ndr) e l’altra (la polizia; ndr) armata fino ai denti». Si vede che il matematico legge solo il Manifesto, che ha descritto l’agente Calista come una sorta di provocatore: «Si stacca dai colleghi per andare a manganellare due persone, poi arrivano a loro difesa altri manifestanti che lo sbattono via, lui cade e quindi quei secondi immortalati dal video virale». La cronista glissa sulle mazzate sulla testa del poliziotto, lasciando intuire che siano state una sorta di legittima difesa. Una mattina, mi son svegliato: tutto sbagliato. Le forze dell’ordine a Torino erano in numero sufficiente.

Per evitare il sacco della città e difendere i manifestanti avrebbero dovuto poter agire e non solo reagire, ma questo è impossibile perché l’Italia ha la legislazione più permissiva con i teppisti violenti e più punitiva verso le forze dell’ordine tra tutti i grandi Paesi dell’Occidente.

Se la sinistra pensa davvero che i criminali in azione sabato la danneggino, smetta di avere un occhio di riguardo verso di essi, come denunciato, prima degli scontri, dalla procuratrice di Torino, Lucia Musti, che poi la pensa come Giancarlo Caselli, suo illustre predecessore: «C’è un’area grigia, colta e borghese, che non svolge azione di deterrenza». Ma che altro dovrebbero fare le élite intellettuali, se non educare? A Torino invece coprono e giustificano, talvolta forniscono anche leve all’antagonismo. È una questione di «immaturità democratica della sinistra», diagnostica Luca Ricolfi, altro grande torinese deluso dalle proprie origini politiche.

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