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Referendum giustizia, "la spudorata menzogna di Maurizio Landini"

di Roberto Tortora martedì 10 febbraio 2026

2' di lettura

C’è un’immagine che più di tutte racconta la giornata milanese di Forza Italia sul referendum della giustizia: la lettera aperta di Enzo Tortora al procuratore Nicola Gratteri, letta dalla compagna Francesca Scopelliti. Un colpo allo stomaco. Altro che tecnicismi. “Io ho visto cosa accade quando la toga diventa una corazza e i ruoli si confondono”, legge la Scopelliti, ricordando che “quella che mi travolse fu la cultura del corporativismo e non della verità”. Parole che, come riferisce Il Giornale, riportano la riforma della giustizia alla sua sostanza più cruda: il potere senza controllo.

Gratteri, oggi volto simbolo del fronte del No, è il destinatario diretto del messaggio. “Un giudice terzo e imparziale non avrebbe autorizzato il mio arresto e avallato una condanna senza prove”, fa sapere Tortora. Un’accusa pesante, rafforzata dal racconto della senatrice azzurra sul giudice Morello, che rifiutò ogni avvicinamento della Procura e assolse il presentatore. Quando la giustizia fa la giustizia. Sala dell’Umanitaria gremita, a due passi dal Palazzo di giustizia. Sul palco avvocati, giuristi, amministratori, chiamati da Giorgio Mulè a “smontare le colossali bugie, le falsità, le eresie” che circolano sul referendum. A partire dalla più gettonata: il pubblico ministero sottomesso al governo. Una paura agitata ancora una volta dal segretario Cgil, Maurizio Landini, che in un video sostiene che “il governo vuole magistrati che rispondano alla politica”.

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Una tesi che Nicolò Zanon, ex giudice costituzionale, liquida senza giri di parole: “È una spudorata menzogna che aizza le paure più semplici che si possono evocare nella popolazione. Sono proprio sleali”. Dietro la bandiera con il volto di Berlusconi, Forza Italia vede nel referendum l’ultimo miglio di una battaglia storica. L’obiettivo è battere la pigrizia dell’astensione e sfidare “il nostro nemico numero uno, l’Associazione nazionale magistrati”. Perché, come ricorda Graziano Musella, solo il 15 per cento delle condanne diventa definitiva. Ma intanto, vite e carriere vengono travolte. E di questo, oggi, si chiede conto.

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