Ieri l’incontro bilaterale fra Francia e Germania prima del vertice al Castello di Alden Biesen è durato appena venti minuti; una semplice formalità insomma. O sono in una sintonia tale da non dover perdere tempo in un bilaterale oppure non sono d’accordo su niente. E tanto vale non perdere tempo col bilaterale. Poi Merz e Macron escono e davanti alle telecamere il cancelliere tedesco dice: «Io e Macron siamo d’accordo quasi sempre». Quel “quasi” pesa come un macigno. Jorge Liboreiro cronista di Euronews in un post su X afferma che «fonti vicine al governo spagnolo esprimono frustrazione per l’incontro prevertice organizzato dell’Italia. Mina la solidarietà dell’Ue ed allontana ulteriormente soluzioni comuni».
E sempre Liboreiro ricorda che Mario Draghi - ospite d’onore in mattinata per illustrare il suo report- ha esortato i leader presenti a considerare l’ipotesi di un’Europa a due velocità attraverso l’istituzione della “cooperazione rafforzata” per muoversi più velocemente con “ambiziose riforme economiche”. Tutti infine sono concordi nel dire che l’Unione Europea deve semplificare il quadro normativo regolamentare. Il Consiglio Europeo comunica via social che le semplificazioni in arrivo faranno risparmiare alle imprese 15 miliardi ogni anno.
Uniamo i puntini ed andiamo a dama. Le impressioni della vigilia sono confermate. L’asse franco-tedesco sembra essersi effettivamente disintegrato. Quella che secondo Romano Prodi funzionava con Francia e Germania davanti e l’Italia dietro. Nessuno vuole più un’Unione Europea così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi. Fatta cioè di leggi, regolamenti, direttive, sanzioni, raccomandazioni. Almeno a parole. La nuova regola sarà “cooperazione rafforzata”. Istituto previsto dall’articolo 20 del Trattato sull’Unione Europa. Di volta in volta su singole materie di competenza non esclusiva dell’UE i Paesi che vorranno si metteranno d’accordo fra di loro. Le loro decisioni non ricadranno sugli altri. Di qui il disappunto degli spagnoli. L’Europa “modello Cuccia”, col patto di sindacato fra Parigi e Berlino che da azionisti rilevanti di fatto decidono per tutti, sembra essere archiviata. Come siamo arrivati alla frantumazione del patto? La Francia ha un problema. Anzi due. È il cosiddetto problema dei deficit gemelli (twin deficit). Non solo quello di bilancio con tanto di debito pubblico.
Ma anche e soprattutto quello con l’estero. Perché mentre il primo è comunque gestibile con una Banca Centrale di proprietà o compiacente, il secondo no. Dallo scoppio della Grande Crisi Finanziaria la Francia ha accumulato un deficit commerciale con il resto del mondo di oltre 300 miliardi di dollari importando più beni e servizi di quanti ne abbia invece esportati. La Germania ha invece accumulato un surplus di oltre 4.900 miliardi. Numeri che hanno fatto imbestialire l’amministrazione Trump che ha accusato Berlino di utilizzare l’euro come marco svalutato. E questo spiega i dazi. Infine, l’Italia. Ha accumulato un surplus di oltre 150 miliardi. Dopo aver accumulato un deficit cumulato di oltre 270 miliardi dal 2007 al 2012. Come ha svoltato l’Italia? Non potendo svalutare la moneta ha imposto col governo Monti una politica di austerità feroce che ha compresso la domanda interna e quindi le importazioni. Risultato? Dal 2012 in poi l’Italia ha accumulato un surplus di quasi 430 miliardi. Ed ora questo amaro calice dovrà berlo la Francia. Finora non c’è riuscita. Come vi spiegate la difficoltà ad approvare il bilancio? I governi in continuazione caduti? L’instabilità politica ed elettorale? Con il franco Parigi avrebbe svalutato e progressivamente riequilibrato la bilancia commerciale. Dentro l’eurozona non le rimane che la svalutazione interna a suon di tagli e tasse. O qualcuno che la sussidi. Ecco spiegata l’insistenza di Macron per il debito comune europeo e gli eurobond. Vuole mettere il conto sul condominio. Ed ecco spiegato il “quasi sempre” di Merz. È d’accordo quasi sempre ma non in questo caso. La Germania ha ovviamente i suoi problemi.
Dal 2017 ad oggi la sua produzione industriale è crollata del 16%. L’Italia ha tutto sommato tenuto botta col -7%. Ma la Germania, a differenza della Francia, ha lo spazio fiscale per investire in casa. Vi spiegate ora perché voglia riconvertire il settore automotive (distrutto dal green deal) in difesa? In tutto questo Giorgia Meloni ha affondato come il coltello nel burro. Ma non sembra profilarsi una nuova UE a trazione italo-tedesca. Più si va avanti, più Meloni sembra lentamente scoprire il suo gioco. Nessuna tentazione egemonica, come avevano Francia e Germania. Bensì una graduale trasformazione dell’UE in comunità; che Giorgia chiama confederazione. Ecco l’insistenza sulla cooperazione rafforzata. Una sorta di ritorno alle origini. Una nuova CEE dove, peraltro, l’Italia ha prosperato e tanto. E tanti saluti a Ventotene ed all’Unione Sovietica Europea.