Abbiamo ufficialmente un “caso Bonelli”. Ieri, con un’intervista alla Stampa, il leader dei Verdi è tornato sugli attacchi di cui è vittima. «Da due mesi e mezzo», ha spiegato, «io e la mia famiglia siamo oggetto di minacce. Trovo inquietante che Matteo Salvini abbia associato il simbolo della nostra alleanza a un fatto di sangue. Dopo le parole del ministro Piantedosi in Aula, che ci ha indicato come “complici” delle violenze, siamo stati trasformati in bersagli politici. E quando si indicano dei bersagli, qualcuno poi passa ai fatti». Bonelli ha raccontato episodi gravi, tra cui alcune minacce alla figlia, spiegando che, «se questa situazione dovesse continuare», sarebbe anche pronto «a lasciare l’incarico parlamentare» per non mettere a rischio la serenità della famiglia. Poi l’ultimo appello: «Chi ha responsabilità istituzionali dovrebbe pesare le parole. Non si costruisce consenso alimentando paura e tensione. C’è bisogno di abbassare i toni».
A stretto giro è arrivata la solidarietà di Elly Schlein: «Ad Angelo e a tutta Avs la più stretta vicinanza mia personale e di tutto il Pd, il clima si fa sempre più preoccupante». E poi: «Il linguaggio che si utilizza nel dibattito pubblico è decisivo ed è assolutamente necessario che soprattutto chi ha responsabilità istituzionali e di governo non strumentalizzi l’attualità per colpire gli avversari politici rendendoli bersagli di odio. Confidiamo che Piantedosi saprà condannare questi episodi col dovuto profilo istituzionale quando sarà chiamato, come auspichiamo, a svolgere una informativa sulla violenza politica». Come abbiamo scritto anche ieri, a Bonelli va anche la nostra solidarietà: le minacce non sono mai giustificate, soprattutto quando coinvolgono i bambini. Siamo comunque certi che il leader dei Verdi non arriverà a lasciare il suo incarico parlamentare (non sarebbe giusto) e continuerà ad alimentare il dibattito pubblico con la passione e la perseveranza che lo contraddistinguono (è di gran lunga uno dei politici più presenti sulle agenzie di stampa).
Detto ciò, però, la ricostruzione che viene fatta da sinistra sul clima di violenza merita alcune considerazioni, perché non si può far passare l’idea che la colpa è dei ministri cattivi del governo Meloni... Intanto va detto che la sinistra, prima anti-berlusconiana, poi anti-salviniana e oggi anti-meloniana, vive da oltre trent’anni sulla delegittimazione dell’avversario, usando spesso toni sopra le righe (Meloni «complice del genocidio», governo che «deporta» i migranti, destra sempre «fascista»). Questo, inevitabilmente, ha delle conseguenze sulla qualità del dibattito pubblico... Lo stesso Bonelli, ieri, poco dopo aver chiesto di abbassare i toni, è andato a testa bassa contro la premier: «Da parte della Meloni c’è un atto di sfida alle istituzioni. La presidente del Consiglio pensa di essere al di sopra della legge, pensa di poter attaccare continuamente i magistrati. Si comporta come Trump, intollerante al rispetto dei poteri costituzionali. Il governo attacca i giudici delegittimandoli perché vuole avere mano libera su tutto».
Insomma, siamo sempre a Giorgia pericolo per la democrazia... E ancora: indicare dei bersagli è una cosa, chiedere conto di alcune scelte politiche è invece legittimo. Non si può nascondere il fatto che esponenti di Avs sono andati in piazza con Askatasuna, anche alla manifestazione conclusa con un poliziotto preso a martellate. Allo stesso modo, sul caso francese, va rilevato che, mentre i macroniani e i socialisti francesi stanno prendendo le distanze dal partito di Melenchon, coinvolto nell’omicidio del giovane Quentin, da parte di Avs e dei Cinque Stelle, alleati di Lfi a Bruxelles, questo taglio dei ponti non c’è stato. Per abbassare davvero i toni si potrebbe partire anche da qui...