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Pd, terremoto nelle chat: la legge porta alla scissione

di Elisa Calessi domenica 1 marzo 2026

3' di lettura

La nuova legge elettorale rischia di provocare nel Pd un effetto collaterale non da poco. Una scossa, destinata a terremotare il partito proprio a pochi mesi dalle elezioni politiche. L’effetto di cui si parla, nelle chat dei dem, è la fuoriuscita dei riformisti del Pd. Una mini-scissione. Va detto che già da un po’ molti di loro riflettono se si sia opportuno o no restare ancora nel Pd. Ma con questa legge, chi ci stava pensando ha trovato un incentivo in più.

L’assenza di preferenze, infatti, toglie l’ultima scialuppa a chi non è non è in linea con la segretaria. Con le liste bloccate, infatti, il potere di candidare è tutto dei leader, i quali, come sempre, cercheranno di portare in Parlamento le persone a loro più fedeli. Non conterà più il consenso personale, come invece era accaduto alle elezioni europee, dove c’erano le preferenze e infatti Elly Schlein era stata costretta a infarcire le liste di esponenti dell’area riformista, nonostante fossero lontani da lei, ma erano quelli che garantivano preferenze. Questa volta non sarà più così. Certo, ci sarà una quota riservata alla minoranza, ma Schlein dovrà accontentare anche le tante correnti di maggioranza: da quella di Andrea Orlando a quella di Dario Franceschini, da Gianni Cuperlo a Goffredo Bettini, fino a Bonaccini, ex minoranza entrata in maggioranza. Per questo molti riformisti, in queste ore, si stanno chiedendo se valga la pena attendere gli eventi o se non convenga tentare la sorte fuori dal Pd. Anche “extra ecclesiam”, però, non mancano dei problemi. La norma del miglior perdente - per cui tra i partiti alleati in coalizione che non raggiungono il 3%, passa solo quello che ottiene il miglior risultato - costringerà i vari cespugli centristi a unirsi. Diversamente il rischio è che una guerra tra di loro sia fatale per tutti, tranne uno.

L’AREA BONACCINI
Dunque, se si vuole salire su questo carro, conviene muoversi presto. Se i riformisti si chiedono il da farsi, non è più tranquilla l’area di Bonaccini, che rischia di finire tra l’incudine della maggioranza e il martello della minoranza. Non a caso ieri Bonaccini è stato durissimo, parlando di «legge truffa» che «toglie il diritto ai cittadini di esprimersi, perché per essere eletti nei comuni, in regioni, in Europa lo decidono gli elettori, solo al Parlamento italiano decidono in pochi in una stanza, a Roma». Gli altri scontenti sono quelli che speravano in un pareggio per poi condizionare il dopo il voto. Sia per veri, ciascuno si prepara, però, a interpretare la sua parte. L’iter partirà dalla Camera di deputati, dove è previsto il voto segreto. La maggioranza metterà il voto di fiducia per evitare che il testo sia cambiato nel segreto dell’urna. L’apparenza sarà quella di una maggioranza che vota la sua legge, con l’opposizione grida al fascismo. In realtà, è una legge che rafforza le due donne della politica italiana: Meloni e Schlein. E non dispiace nemmeno a Conte che a questo punto chiederà le primarie. Se vince ha fatto bingo, ma anche se non dovesse vincere otterrebbe comunque un risultato superiore al peso elettorale del M5S, quindi per lui è una partita win-win.

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LA CONSULTA
L’unico ostacolo non è l’opposizione ma la Corte costituzionale. Come segnala a Libero Stefano Ceccanti, costituzionalista oltre che ex parlamentare del Pd, «ci sono due problemi seri: il coordinamento del premio di maggioranza di Camera e Senato e lo sfondamento del tetto sopra il 55%. Se non li correggono, rischiano una bocciatura della Corte costituzionale che potrebbe arrivare nel giro di pochi mesi grazie al meccanismo dei ricorsi». Ceccanti fa riferimento a due questioni: il premio di maggioranza teoricamente potrebbe essere assegnato a due coalizioni differenti tra Camera e Senato, non essendoci una norma che lo vieta, e il fatto di aver fissato il premio in un numero di seggi fisso, a prescindere dalla percentuale ottenuta, rischia di far superare il tetto del 55%, che la Corte costituzionale ha posto come vincolo nella sentenza sull’italicum. Non fosse per questi due problemi anche Ceccanti non vede male la soluzione trovata, anche perché, fa notare, «ricalca la proposta fatta dalla commissione dei saggi voluta da Giorgio Napolitano durante il governo Letta e di cui io stesso ho fatto parte». Un’altra amnesia del Pd.

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