«Quella per una società meritocratica è una battaglia che dobbiamo ancora vincere e non potremo farlo fin quando saremo costretti a credere che le donne abbiano bisogno di quote o di meccanismi di favore». Così Giorgia Meloni all’evento organizzato per celebrare gli 80 anni del voto alle donne. Una posizione chiara, che la premier ha riportato alla ribalta nel suo intervento, ma che a destra circola dai primi anni Novanta. Tra l’altro val la pena di notare, en passant, che al femminismo arrabbiato di questi ultimi anni il discorso quote non interessa più. Le transfemministe che animano le piazzate anti-patriarcato sono piuttosto fedeli al programma rivoluzionario di Susan Sontag (enunciato negli anni Settanta) secondo il quale alle donne non deve interessare una prospettiva riformista bensì «un’etica sessuale liberatoria che contesta il primato dell’eterosessualità genitale».
L’obiettivo dunque non è salvaguardare le differenze e pertanto promuovere le donne in quanto donne ma lavorare per lo scardinamento dei due sessi, con tanti saluti alle battaglie contro le discriminazioni che svantaggiano il mondo femminile. Questa bandiera è stata deposta dal femminismo radicale, non appartiene più alla sua dialettica, e può ben essere impugnata dalle donne di destra, unendola a un discorso sulle quote che è tutt’altro che acquisito nella sensibilità corrente, lasciando alle neofemministe le disquisizioni sul maschilismo delle canzoni che hanno trionfato a Sanremo o anche la proposta di quote rosa nel festival della canzone avanzata da ridotte schiere di influencer in cerca di visibilità.
Appunto negli anni Novanta del secolo scorso affiorava a destra con insistenza un interrogativo di cui oggi Giorgia Meloni e il suo successo sono in fondo il prodotto politico più visibile: chi l’ha detto che la sinistra ha il monopolio della rappresentanza femminile? Già nel lontano 2001 Eugenia Roccella nel suo pamphlet Dopo il femminismo contestava l’idea che solo la sinistra possa avere a cuore la sorte delle donne e sintetizzava così la situazione: «La destra potrebbe con più facilità sposare alcune tesi femministe, ma non lo sa; la sinistra è sempre meno in grado di rappresentare le donne, ma non lo sa». Ne presero atto, all’epoca, le associazioni che a destra erano attive nel campo del femminile, come il gruppo del Centro Studi Futura, che coltivava una idea di fondo: abbandonare l’idea di una politica per le donne che considera il mondo femminile come bisognoso di aiuto e di sostegno, che giudica la donna come un “soggetto debole” da tutelare.
Nei loro documenti si metteva a fuoco una concezione della donna in politica che sarà due decenni dopo incarnata proprio da una leader come Giorgia Meloni. E cioè la trasformazione del modello culturale della donna madre-amante, della donna-guerriero sensibile al richiamo dell’amor di patria in donna soggetto politico di una missione che la trascende in quanto individuo: quella di scendere in campo attivamente in nome del superiore destino della comunità d’appartenenza. Se non si tiene conto di queste riflessioni, di questi punti di vista ideali che hanno preceduto l’esperienza politica di Fratelli d’Italia non si comprenderà mai a fondo che tipo di leader è oggi Giorgia Meloni e perché in definitiva il suo essere donna appare come un “dettaglio” rispetto appunto al compito che la comunità d’appartenenza si prefigge.
Ma quando parla di temi che hanno al centro la donna e la sua visione, Meloni non può fare a meno di rifarsi a quegli approfondimenti che hanno preceduto la nascita di FdI. Inserendo il suo discorso pubblico sulle donne all’interno o di un contesto culturale che rifiuta la mentalità vittimistica secondo cui la condizione femminile nella storia e nel mondo va vista come qualcosa che non va, che richiede una vendetta o un gesto riparatore. La donna, quindi, è persona con «tutti i diritti e i doveri della persona, primariamente quelli di esser se stessa, di tutelare la propria differenza, di realizzare la sua natura più profonda».