C’è un rilevante fenomeno politico in atto sotto i nostri occhi ma di cui non siamo ancora riusciti a cogliere a sufficienza la portata. La campagna referendaria per il Sì alla legge Nordio di separazione di carriere e Csm di giudici e pubblici ministeri, sta determinando un’inedita e vastissima convergenza di tipo costituente. Il Pm che si accanì contro i partiti moderati nel 1992 si trova a fianco del giornalista che su quel “Pm” scrisse una biografia devastante, la parlamentare gay di sinistra che si batte per la libertà di ogni tipo di gusto sessuale (tra maggiorenni consenzienti) condivide la riforma Nordio con una già parlamentare di centrosinistra ma di cultura tradizionalista che guida i cattolici per il Sì. Il figlio del leader socialista che venne perseguitato e svillaneggiato all’inizio degli anni Novanta è al fianco dei figli di quelli che tirarono le monetine a suo padre. Il segretario di un partito di centrosinistra è mobiliato assieme a un ministro dell’Industria che il “segretario” detesta.
Il magistrato che manovrò per colpire giudiziariamente un capo del centrodestra, collabora con quello stesso “capo”, i costituzionalisti più autorevoli sia nel Pci sia poi nel Pd si coordinano con i costituzionalisti del centrodestra, il giudice napoletano da giovane militante della Fgci interloquisce con l’avvocato napoletano cresciuto nel partito liberale, ben due direttori dell’Unità partecipano ai comitati per il Sì con direttori di giornali di destra, i redattori di Radio Radicale si battono come leoni per la separazione delle carriere insieme a quelli che magari potrebbero contribuire a chiudere (malauguratamente) questa fondamentale libera voce italiana. Questo articolato schieramento non è essenzialmente mosso dalla ricerca di vantaggi personali, molti anzi pagano le loro scelte con l’ostracismo che certa sinistra e certa magistratura sanno bene organizzare: al fondo prevale il senso del dovere verso un’Italia che ha bisogno di una svolta moderna nell’organizzazione della giustizia e di una riconciliazione nazionale tale da consentire un futuro in cui destra e sinistra si possano confrontare senza quel clima di tensione che ci domina da 34 anni. Insomma si manifesta oggi un chiaro spirito costituente come dopo il 1945 quando si ricostruì con successo il nostro Stato.
Questo clima mi conforta: c’è ancora chi non considera l’impegno pubblico solo sotto la luce degli interessi personali o della propria fazione. Però sono ugualmente preoccupato. L’ampio consenso alla riconciliazione nazionale che emerge dalla campagna per il Sì può portare addirittura a non impegnarsi nella mobilitazione: tanto tutto è già risolto. Mentre le variegate posizioni mobiliate per il No possono rovesciare gli orientamenti astrattamente maggioritari per il Sì. C’è, tra chi vuole abrogare la riforma Nordio, un’area di magistrati che si batte nella convinzione che l’anomalo -per tutte le grandi democrazie occidentali- intreccio tra pm e giudici nella gestione delle carriere dimostri una superiorità giuridica dell’Italia: convinzione astratta, al fondo catastrofica, erede della sessantottina politicizzazione delle professioni, ma almeno onesta. Però il cuore della campagna del No non è questo bensì innanzi tutto quello largamente ispirato da meschini interessi di partito. E così non sono limpide le motivazioni ispirate dal corporativismo di settori della magistratura, pur minoritari ma che vogliono mantenere la coincidenza di indipendenza e irresponsabilità per coprire errori e pigrizie. Non sono commendevoli le motivazioni derivate da istinti qualunquistici: con al centro l’idea di una magistratura che sostituisce quella cosa corrotta che è la politica; istinti qualunquistici che non fanno i conti con quel che lo squilibrio tra orini e poteri dello Stato ha prodotto dopo il 1992 (provate a ragionare sui risultati di quella svolta). Non sono trasparenti le motivazioni fondate su paure come il ritorno del fascismo (tra le prove di questo ritorno ci sarebbe l’abolizione della vecchia e ambigua formulazione del reato di abuso d’ufficio chiesta con forza dall’Anci, organizzazione dei Comuni italiani per lo più guidata da sindaci di sinistra) o come l’annuncio che finiremo come in l’Ungheria, nazione dove la storia ha devastato una società civile invece vitalissima e incoercibile in Italia. Né sono onorevoli le ispirazioni indotte dalla codardia degli ignavi d’accordo sul merito della riforma Nordio ma preoccupati di non esser emarginati politicamente.
E non sono credibili le motivazioni recitate da ignoranti che non vogliono che si tocchi una Costituzione che pure tra il ‘92 e il ’93 è stata toccata nel principale punto che pur rozzamente equilibrava il potere degli istituti della sovranità popolare con quelli di una magistratura organizzata in modo ipercorporativo (allora non riformata). Né sono serie le motivazioni fondate sulla superficialità di intellettuali e artisti snob e conformisti che cercano qualche popolarità straparlando senza cognizione di causa di questioni complesse. E infine sono disgregatrici le motivazioni che puntano unicamente su quel ribellismo derivato in modi primitivi da stati rabbiosi, talvolta non privi di ragione, di settori della gioventù o del movimento sindacale. La gran parte delle motivazioni del No, qui frettolosamente richiamate, sono strumentali e acritiche ma rispondono però a emozioni non trascurabili, spesso in grado di mobilitare ampi settori della nostra società. Non è raro, infatti, che il furore possa eccitare più della noiosa ricerca della serenità. Ecco perché chi è convinto che l’Italia stia vivendo un possibile momento magico, per così dire, con le parole bibliche di Isaia, in cui “il lupo abiterà con l'agnello, e il leopardo si sdraierà accanto al capretto”, in cui con serenità si potrà votare per lupi e leopardi o per agnelli e capretti senza lacerare l’Italia, deve allarmarsi e allarmare tutte le persone di buona volontà e con spirito costituente, perché vadano a votare e s’impegnino a far votare amici, conoscenti e parenti.




