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Bossi voleva un'altra giustizia e la separazione delle carriere

Tra le battaglie storiche del fondatore della Lega quella sulla magistratura: lunedì il suo sogno può diventare realtà
di Pietro Senaldi sabato 21 marzo 2026

4' di lettura

Umberto Bossi è morto e quindi la sinistra, che lo ha detestato e insultato, ora gli fa l’elogio funebre, più o meno come è capitato con Silvio Berlusconi. Non perché si sia pentita o lo rimpianga, ma solo per usarlo come un randello contro nemici di oggi, in primis Matteo Salvini, che del Senatùr è il successore e ha portato la Lega a vette che il fondatore mai aveva neppure immaginato.

La rivisitazione storica spesso coincide con l’arte della falsificazione. Atteniamoci pertanto ai fatti e ai detti del compianto protagonista. Domani gli italiani sono chiamati a votare per confermare la riforma della magistratura, varata dal governo e politicizzata e osteggiata da Elly Schlein e compagni. Sarà un caso, ma nei mille frammenti di ricordi che in queste ore contribuiscono a ricostruire la personalità di Bossi, non ce n’è uno che rievochi la sua seconda battaglia più tenace. Stiamo parlando della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. «La nostra riforma serve a garantire che chi accusa non giudichi mai. È la base di uno Stato civile», disse il Senatùr in tv, a Porta a Porta, nel 2003, nel presentare il progetto di legge del suo ministro, Roberto Castelli, per cinque anni Guardasigilli del governo Berlusconi.

Ma questa convinzione il Bossi l’aveva maturata ben prima di stringere l’alleanza d’acciaio con il Cavaliere. Imperversava ancora Tangentopoli quando, nel 1993, il fondatore della Lega dichiarò che «se vogliamo avere una giustizia imparziale, i magistrati che indagano devono avere carriere separate da quelle di chi giudica»: percorsi distinti per evitare conflitti di interesse, sembra di ascoltare Carlo Nordio oggi. Un concetto ripetuto sul pratone di Pontida, nel 1995, dopo essersi sfilato dal primo governo Berlusconi e a sei mesi dalle elezioni Politiche: «Non possiamo permettere che i magistrati abbiano due vite, una inquirente e una giudicante». E ancora, in un discorso alla Camera dei Deputati nel 1997: «Separazione delle carriere, perché l’Italia non può tollerare un potere della magistratura enorme e senza controlli».

Per inciso, questa posizione così categorica del Senatùr era strettamente connessa alla qualità per cui la sinistra lo sta incensando in queste ore, ovverosia il suo profondo antifascismo. Il leader della Lega infatti temeva che l’unità di pm e giudici potesse schiacciare il singolo cittadino e fosse una modalità tipica dei regimi autoritari; non a caso in Italia essa è figlia non della Costituzione Repubblicana ma della riforma dell’ordinamento giudiziario fatta dal regime in tempo di guerra. Malgrado poi la Lega abbia cavalcato politicamente gli inizi di Tangentopoli, Bossi molto presto iniziò a diffidare dello strapotere dei pm.

Sono epocali gli scontri del Senatùr coni magistrati e le inchieste che le Procure del Nord scatenarono contro la Lega per ostacolarne l’ascesa. Vale la pena ricordare a proposito che il procuratore di Verona, Guido Papalia, nel 1996 indagò una quarantina di militanti leghisti per il fenomeno folcloristico delle camicie verdi, la cosiddetta Guardia Nazionale Padana: il loro compito era fare servizio d’ordine ai raduni della Lega, un po’ come la Cgil nei suoi corte, ma i magistrati li accusarono di attentato all’integrità dello Stato, attentato alla Costituzione, associazione antinazionale e associazione di carattere militare con scopo politico. In alcune fasi del processo venne configurata anche l’ipotesi di banda armata. La richiesta di rinvio a giudizio arrivò dopo quindici anni e, a quasi vent’anni dal suo inizio, nel 2015, il giudizio morì perché il Tribunale chiese il non luogo a procedere.

Il Senatùr fu invece condannato per aver attaccato il pm di Varese Agostino Abate, che aveva indagato su alcuni esponenti locali del partito per finanziamento illecito. Umberto lo definì «un giudice politicizzato nemico della Lega» e in un comizio minacciò di «raddrizzargli la schiena» e gli epiteti gli costarono una sentenza che gli infliggeva cinque mesi di carcere. Un anno di reclusione invece gli costò la frase da comizio «abbiamo centomila bergamaschi pronti con i fucili per fare la secessione»: condannato per istigazione a delinquere.

Oggi il fronte del No si ostina a dire che la riforma Nordio è inutile visto che solo l’uno per cento delle toghe passa da pm a giudice o viceversa. Vale la pena ricordare che questo si deve ai limiti posti dalla riforma Castelli, che divise le funzioni come passo propedeutico alla separazione delle carriere. Il governo Berlusconi non fece in tempo a compierlo ma la sinistra, con Romano Prodi premier e Clemente Matella Guardasigilli, aveva in programma di procedere in questo senso. Poi, l’inchiesta di un procuratore, allora sconosciuto e in breve passato alla politica, fece cadere il governo. E siamo arrivati a oggi con la vicenda ancora aperta. Bossi non è riuscito a vedere realizzato nessuno dei suoi due sogni: l’indipendenza del Nord e la separazione dei magistrati. Il primo è storia, il secondo potrebbe diventare realtà nel giorno delle sue esequie.

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