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Bossi, il retroscena di Attilio Fontana: "Qual è stato il suo ultimo pensiero"

di Fabio Rubini sabato 21 marzo 2026

4' di lettura

Attilio Fontana non è “solo” il governatore di Regione Lombardia, ma è anche uno di quelli che la Lega l’hanno vista nascere e crescere. Non fosse altro perché appartiene alla terra che più di tutte ha dato al movimento dirigenti e voti: Varese. Negli anni a legare i due uomini politici è stato un affetto crescente, culminato nel 2024 quando il governatore Lombardo Attilio Fontana insignì il “Capo” della più alta onorificenza regionale: la Rosa Camuna, che l’Umberto accettò con piacere e palese orgoglio. Tra i due c’era un legame profondo che s’intuisce anche dalla voce provata di Fontana mentre al telefono ci racconta il suo Bossi.

Governatore, come vive questo momento?
«Sono giornate molto tristi per il movimento e per noi. Giornate tristi umanamente e politicamente».

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«Ho parlato con la moglie e con i figli... e basta».

Come vi siete conosciuti?
«L”ho incontrato prima ancora che nascesse la Lega, perché ero amico di Maroni col quale giocavo a pallone e loro avevano una cooperativa editoriale che editava un giornale. Si chiamava Società Cooperativa Editoriale Nord Ovest (e la pubblicazione periodica era Lombardia autonomista, di fatto il primo organo di stampa di quella che sarebbe poi diventata la Lega, ndr). Tramite questo rapporto con Maroni ho parlato qualche volta con lui».

E come è capitato a molti è rimasto folgorato sulla strada dell’Umberto. Cosa l’ha coinvolta di più?
«Con quello che diceva Bossi incarnava un sentimento molto diffuso di malessere nei confronti di Roma, della politica, della realtà che vivevamo. C’era una situazione latente di difficoltà che lui ha saputo intercettare e canalizzare, rendendola un discorso, un ragionamento convincente. Erano tutte cose che erano già nell’aria e che molti di noi percepivano e condividevano. La differenza è che lui, con la sua capacità dialettica, immaginifica, coi suoi discorsi ricchi di richiami storici riusciva a rendere questi concetti più affascinanti e coinvolgenti».

Da un punto di vista politico, che cosa ha rappresentato Bossi per almeno un’intera generazione?
«Ha incarnato un cambiamento nel modo di far politica, nel cambiamento delle idee. Ha abbandonato completamente ogni ideologismo, buttandosi su cose differenti come l’autonomismo, i territori, i valori della famiglia, del lavoro. Tutte cose molto concrete che erano e sono nel dna dei popoli del Nord e di quello lombardo in particolare».

Già, la Lombardia che, non si offenderà nessuno, è sempre stato il nocciolo centrale della Lega. Quando lei è stato eletto governatore, cosa le ha detto?
«Era molto contento. Ribadiva sempre il concetto che la Lombardia era il cuore della Lega e mi disse che avrei dovuto impegnarmi per fa sì che le cose andassero nel miglior modo possibile».

Qual è il testamento politico di Umberto Bossi?
«È sempre lo stesso: sono quei valori imprescindibili che ci hanno spinto a fare politica e che continuano ad animare la nostra presenza sulla scena politica. Sono la cura dei territori, l’autonomia e quell’idea che è sempre più sentita in Italia, ma anche a livello europeo, che vede le regioni chiedere di poter interagire direttamente con i vertici Ue, senza la mediazione degli Stati nazionali. Stati che iniziano ad essere un po’ superati, iniziano ad avere un’utilità diversa rispetto a quella che possono avere i territori. Io credo molto in questa visione, in questa strada che è l’unica che può portarci ad ottenere risultati concreti».

In un’intervista al Corsera Giuseppe Leoni, uno dei grandi della Lega, ha detto che solo pochi giorni fa Bossi gli ha affidato il suo testamento politico: «Lavorate affinché la Lega non si divida mai». Che ne pensa?
«È sempre stato il suo pensiero di fondo. Lo angustiava il fatto che la Lega potesse dividersi. È stato l’ultimo pensiero anche prima di stare veramente male. Mi diceva la moglie che fino alla fine la Lega è stato il primo pensiero quando si svegliava e l’ultimo prima di addormentarsi».

Ci permetta di tornate nella sfera personale. Ha un ricordo particolare del suo rapporto con Bossi?
«Quando gli ho detto di no. Mi propose una prima candidatura. Mi aveva telefonato per chiedermi di candidarmi, mi pare, al consiglio comunale di Varese, ma in quell’occasione ero giovane, stavo facendo un po’ di carriera professionale e insomma, declinai...».

Quindi si poteva dire di no al Capo?
«Assolutamente. Poteva sembrare un po’ burbero, ma in realtà era una persona con la quale si poteva parlare. Io non sono mai stato trattato male da Bossi. Mai. Sono sincero>.

Molti giornali, anche di sinistra, hanno trasformato Bossi in un santino da mettere in prima pagina. La cosa l’ha infastidita?
«Io voglio bene a Bossi e li leggo come dei riconoscimenti postumi e non come dei sepolcri imbiancati».

Il funerale si terrà a Pontida...
«Bellissimo. E significativo. Pontida faceva parte dei suoi pensieri. Per lui la politica era totalizzante».

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