Francesco Speroni, classe 1946, senatore, europarlamentare e ministro per le Riforme. Sempre al fianco di Umberto Bossi. Come conobbe il Senatùr?
«Vidi un manifesto a Busto Arsizio dell’allora Lega Lombarda. Era il 1986. C’era un numero di telefono. Chiamai e mi spiegarono che facevano delle riunioni il giovedì sera a Varese. Ci andai. Umberto non c’era ancora. Così mi misi a parlare con i presenti per capire dove fossi finito. Poi arrivò Umberto e la cosa che mi impressionò fu il suo carisma. Il fatto che tutti si zittirono quando entrò. Un’altra cosa che mi stupì fu che lui doveva organizzare non ricordo più cosa. Ad un certo punto chiese il parere di tutti. Anche il mio. Eppure non mi conosceva, era la prima volta che ero lì. Poi, ovviamente, la decisione la prese lui, ma aveva questa abitudine di chiedere pareri ai suoi collaboratori. Siamo entrati subito in sintonia».
Lei è sempre stato al fianco di Bossi. Ne avrà viste e sentite di tutti colori. Ce ne racconta una?
«Vuole sapere come è nato il celodurismo? Io c’ero...».
E me lo chiede? Racconti, racconti...
«Eravamo a Saronno, Sala Aldo Moro. Era una delle prime volte che le sale si riempivano di gente. A un certo punto col suo fare, Umberto si gira verso di me e mi dice: “Adesso dico una cosa”. Io annuisco. Allora lui si mette in piedi e dice: “Noi vinceremo perché ce l’abbiamo duro!”. La sala esplose in un boato, perché a quei tempi nessuno si aspettava un’espressione così colorita».
Altre chicche?
«C’ero pure quando battezzò il figlio Renzo “Trota”. Eravamo a Sesto Calende a un incontro pubblico. Un giornalista si avvicina e indicando Renzo dice: “Lui è il suo delfino” e Bossi ridendo: “Più che delfino, trota...” e scoppiò in una risata».
Com’era il Bossi uomo?
«Dipendeva dalle circostanze. In famiglia era molto affettuoso e un padre molto legato ai suoi figli, pur con i limiti di tempo di chi fa politica a un certo livello. Poi, certo, aveva un carattere spigoloso, cazziava chi se lo meritava, ma non ha mai covato rancore. A me piaceva anche come persona».
In molti dicono che dopo di lui la Lega è cambiata. Concorda?
«È diversa. Per spiegarlo cito sempre Giorgetti, che una volta ha cercato di spiegare la mutazione della Lega. Esiste da più di 40 anni e in questo periodo è cambiato il mondo: 40 anni fa non c’era internet, non c’erano i cellulari. Impensabile che la Lega restasse uguale. È normale. Però l’idea fondamentale del federalismo e dell’Autonomia è rimasto. Tanto è vero che uno degli ultimi successi della Lega è stata la legge Calderoli sull’Autonomia differenziata. Poi possono cambiare le modalità e le alleanze, mai principi sono rimasti quelli».
Quando ha saputo che Bossi era morto, cos’ha provato?
«È stato un momento molto toccante e del tutto inaspettato. È un pezzo della nostra vita che se ne va».




