Pina Picierno contro il suo stesso Pd. La vittoria del "no" al referendum, che a differenza della sua leader l'aveva vista a favore del "sì", ha stuzzicato il livore di alcuni elettori dem e non solo. "Ho letto sul Foglio le dichiarazioni di autorevoli esponenti della componente ‘Ztl e rivoluzione’ dei Giovani Democratici che chiedono epurazioni. Il populismo funziona così: piccole gogne, giovani che attaccano e poi qualcuno passa a raccogliere il risultato. Tuttavia - tuona sulle pagine del Foglio - dalle mie parti si dice: sono carta conosciuta".
Un affondo, quello di Picierno, tutt'altro che nuovo. La riformista più riformista di tutti è nota per i suoi dissensi. A tal punto che in diversi la danno già a un passo dal lasciare il Partito democratico. Certo è che anche sul voto del 22 e 23 marzo, la vicepresidente dem del Parlamento europeo non ci va per il sottile. Tra i fattori che hanno portato all’esito referendario "una tendenza conservatrice e antipolitica che ha scavato nel profondo e che condiziona anche buona parte della sinistra" e "un diffuso sentimento di avversità al governo". E, prosegue, "i primi due fattori portano il segno del fallimento di una politica impantanata dal '94 e incapace di indicare percorsi di riforme condivisi ed efficaci. Dalla destra c’è poco da aspettarsi. Il problema, per sua natura, riguarda in particolare la sinistra". Il motivo? "Abbiamo il compito di offrire risposte, quando il protagonismo giovanile non incrocia un cambiamento concreto si riducono gli spazi di partecipazione e aumentano vistosamente sentimenti di frustrazione e risentimento".
E sul futuro, lancia un monito: "Non è più il tempo di riflettere solo nel Pd o sul Pd, ma dell’alternativa. Se il Pd sarà in grado di condizionarne le scelte, in base al suo peso e alla sua cultura di governo, tanto meglio. Se a prevalere invece sarà l’ostinazione di Conte di tornare a Palazzo Chigi o la riedizione più allargata di un improbabile ritorno alle origini del M5s, ognuno trarrà le conseguenze".