Dopo le dimissioni, la cena a Marina di Pietrasanta, provincia di Lucca. Sul tavolo pesce e bollicine, il rifugio nella sua Versilia e quella passeggiata mattutina che sa tanto di resa dei conti, più con se stessa che con gli altri. Così Daniela Santanchè ha archiviato il suo addio al ministero del Turismo: senza clamori. Altro che fulmine a ciel sereno: il “repulisti” voluto da Giorgia Meloni, dopo la batosta referendaria, era nell’aria. E alla fine la Santanché ha dovuto mollare.
Ha resistito, eccome se ha resistito. Convinta che ci fossero dei colpevoli sotterranei per il suo destino e che il legame con Ignazio La Russa potesse bastare ancora una volta. Ma, quando da Palazzo Chigi arriva la richiesta nero su bianco del premier, non ci sono più discorsi da fare. È la stessa Santanché a glissare con il Corriere, fuori dalla sua villa immersa nella pineta: “Non ho niente da dire. Tutto quello che penso è scritto della lettera aperta”.
Toni gentili, ma freddi. E attorno a lei, come sempre, un piccolo fortino: scorta, assistente, e quell’aria di donna che non intende rinunciare allo stile. Borsa Kelly al braccio, impeccabile. Intanto, a pochi passi, resta il fantasma del Twiga. Un tempo simbolo di potere e notti infinite, oggi solo un ricordo venduto a fine 2024. Un altro pezzo di un’epoca che se ne va. Il compagno Dimitri prova a rassicurare: “Daniela è serena… è sorridente”. E dallo staff rilanciano: “Chiusa una porta si apre un portone”.
Dietro le quinte, però, qualche crepa c’è stata. All’inizio la tentazione di cercare un colpevole, di capire chi avesse “soffiato” all’orecchio della premier. Poi la realtà: decisione tutta politica di Giorgia Meloni. “Adesso basta, non proteggo più nessuno”, avrebbe detto il primo ministro. Il messaggio è chiaro. E Santanchè, stavolta, ha dovuto incassare.