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Michele Emiliano scaricato dalle toghe rosse: ecco cosa rischia

di Pietro Senaldi giovedì 16 aprile 2026

3' di lettura

La mucca è nel corridoio, direbbe di Michele Emiliano il compagno di partito Pier Luigi Bersani. E gli farebbe uno sconto; non tanto per le dimensioni pachidermiche dell’animale politico in questione, quanto per il problema che esso rappresenta all’interno di un Pd che si arrovella sulle eventuali primarie, da giocarsi tutte con vista sui posti in lista da spartirsi dopo. Vatti a fidare di Elly Schlein, sembra suggerire la vicenda dell’ex governatore, lo sterminator del centrodestra in Puglia, l’uomo sulla cui scia Antonio Decaro, campionissimo di preferenze che ne ha preso il posto alla presidenza della Regione, ha surfato come fosse solo farina del suo sacco. Bisogna riconoscere che Emiliano, fresco padre per la quarta volta a 66 anni, sta mostrando classe. Non si sa quanto gli costi, ma è un fatto che da cinque mesi partito e governatore lo prendono in giro, lo fanno sentire di troppo, e lui non ha ancora sbottato, forzando il carattere irruento che la natura gli ha dato. Ha consegnato il proprio destino a Elly, acconsentendo a non disturbare la candidatura di Decaro, e ora non ha più altre vie.

Il patto con la segretaria è un seggio sicuro alle Politiche del 2027 e nel frattempo un incarico, ma forse anche solo uno stipendio, che gli consenta di scavallare l’anno comodo sul Tavoliere senza tornare in magistratura dopo 23 anni che è in aspettativa. Riprendere la toga infatti significherebbe trasferirsi lontano dalla famiglia, poiché non si può giudicare, e tantomeno indagare, Michele era un super pm, laddove si è governato. Ma soprattutto, Emiliano giudice sarebbe una scusa inattaccabile per il Pd per non ricandidarlo e avviarlo alla pensione; perché va bene che il No ha vinto il referendum sulla giustizia, ma una toga che fa tre o quattro volte il viaggio tribunale-politica come un pendolare delle istituzioni sarebbe troppo anche per l’Associazione Nazionale Magistrati. Lupus in fabula... La cronaca racconta che Decaro, che in realtà non vuole il suo ingombrante predecessore tra i piedi, altrimenti lo avrebbe fatto assessore o gli avrebbe dato un ruolo istituzionale chiaro e operativo, ha chiesto tre volte al Csm di dare il via libera a Emiliano come consulente della Regione, domandando che venisse messo fuori ruolo dalla magistratura. Una richiesta che è stata più volte integrata ma sempre bocciata per la sua genericità. Il nuovo governatore pugliese parla di consulenza personale. Poi precisa che sarà di natura giuridica. Mette anche nero su bianco che può bastare un permessino di un anno, giusto il tempo delle elezioni. Infine, lascia che si ipotizzi un compito sulla decarbonizzazione dell’Ilva, che però non è incarico da dare a una toga ma a un manager.

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Ma per tre volte, in un ballo della taranta epistolare, il Csm dice no, con, beffa il parere sfavorevole delle toghe rosse del Consiglio. I colleghi di don Michele dedicano perfino un articolo sulla loro rivista per spiegare che è impossibile accontentare Gianni Decaro e Pinotto Emiliano perché ne andrebbe dell’indipendenza della magistratura: un giudice non può ridursi a spiccia-faccende della politica, è la traduzione in volgare delle motivazioni in giuridichese. Sintesi: l’ex sceriffo di Puglia è stato mollato da tutti. I colleghi magistrati non sono propensi a fargli sconti; anzi, gli recapitano lezioni di diritto per spiegargli che chiede l’impossibile. Il partito di Schlein non si dà pena per ottemperare alle promesse della segretaria. Non una parola, non una pressione. Decaro, l’ex pupillo, dopo averlo pugnalato impedendogli di ricandidarsi, a differenza di quanto hanno fatto Luca Zaia di persona e Vincenzo De Luca con una sua lista, fa il finto tonto e non gli trova un ruolo compatibile con la legge. E ora a Emiliano arriverà una delibera del Csm con la richiesta di indicare la destinazione dove vuol essere assegnato per il ritorno in magistratura. Una parabola triste, anche se la cosa più amara della vicenda è constatare come sia dura far digerire la legge a un magistrato di sinistra a cui non sta bene. La vituperata Giusy Bartolozzi, indotta a lasciare il governo dopo il referendum, ha impiegato un giorno a tornare in magistratura. Senza tante sceneggiate.

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