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Mattarella, il dubbio sul premio per i rimpatri e un nuovo decreto: cosa sta succedendo

di Fausto Carioti martedì 21 aprile 2026

3' di lettura

La settimana del 25 aprile inizia con un lunedì ad alta tensione istituzionale, terminato in serata con un colloquio al Quirinale tra Sergio Mattarella e il sottosegretario Alfredo Mantovano, braccio destro di Giorgia Meloni. Viene cambiato in corsa il decreto Sicurezza, appena approvato in Senato, per via della norma che fissava un compenso forfettario al rappresentante legale «che ha fornito assistenza al cittadino straniero nella fase di presentazione della richiesta di partecipazione a un programma di rimpatrio volontario assistito».

In pratica, si prevedeva di pagare gli avvocati se il loro cliente immigrato avesse accettato di tornare spontaneamente in patria. Per questo sarebbero stati stanziati 492.000 euro l’anno. Ipotizzando 800 rimpatri volontari (una media degli ultimi anni), il compenso sarebbe ammontato a 615 euro a rimpatrio, da versare tramite il Cnf, il Consiglio nazionale forense.

Una norma che non faceva parte del testo originario firmato dai ministri, ma era stata inserita in Senato tramite un emendamento della maggioranza. Mattarella e i consiglieri giuridici del Colle l’hanno giudicata ad alto rischio di incostituzionalità. Al punto che il presidente della repubblica- spiegano fonti parlamentari - avrebbe potuto non mettere la propria firma sulla conversione in legge del decreto. Eventualità che Mattarella ha fatto presente a Mantovano durante il colloquio. Così non va, è stato il senso delle parole di Mattarella, che ha lasciato a governo e maggioranza il compito di trovare una soluzione.

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Lo stesso Cnf aveva preso le distanze da quella norma, avvertendo che certi compiti «non rientrano tra le proprie competenze istituzionali», e perciò aveva ottenuto gli applausi dell’Anm, il sindacato dei magistrati. Negativa anche la reazione dell’Unione delle Camere penali, che ha giudicato quella previsione «incompatibile con la Costituzione e con i principi più elementari della deontologia forense». Sul provvedimento, per ragioni contabili, era arrivato anche il parere negativo del ministero dell’Economia, mentre il ministero della Giustizia si era limitato a non intervenire, evitando comunque di dare parere positivo.

Contro il decreto, ovviamente, ha spinto anche l’opposizione, assieme alle associazioni dei giuristi progressisti, convinte che in quel testo ci siano anche altri articoli incompatibili con la Costituzione.

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In circostanze diverse il problema sarebbe stato di soluzione relativamente semplice. L’interlocuzione tra la presidenza della repubblica e quella del consiglio ha sminato, senza clamore, casi più difficili. Stavolta, però, i tempi sono strettissimi. Il decreto, affinché non decada, deve essere approvato dalle due Camere entro il 25 aprile, nella stessa formulazione. Il varo di una versione “riveduta e corretta” in entrambi i rami del parlamento è operazione assai complicata, tenendo anche conto dei 1.200 emendamenti al decreto presentati a Montecitorio e della volontà dell’opposizione di far saltare un provvedimento-simbolo dell’esecutivo.

Perciò erano state proposte soluzioni “creative”. Come quella ipotizzata in un’intervista a Repubblica da Enrico Costa. Siccome «non si può non tener conto delle osservazioni arrivate dai vari ambiti in queste ore», il capogruppo di Forza Italia aveva annunciato un ordine del giorno del suo partito per impegnare il governo a non approvare le regole attuative della norma, di fatto sterilizzandola, e a confrontarsi con le parti coinvolte, primi tra tutti gli organismi dell’avvocatura. Questo, però, non avrebbe risolto il problema di costituzionalità, del quale Mattarella avrebbe tenuto conto al momento di decidere se firmare il provvedimento, respingerlo o approvarlo con riserva, ossia inviando un messaggio al parlamento e al governo nel quale rendere espliciti i propri dubbi.

Così è stato necessario un intervento radicale, discusso tra Mantovano e il capo dello Stato, mentre a Montecitorio l’esame del decreto in commissione è stato sospeso, in attesa che da lassù arrivassero notizie sulle intenzioni del governo. A notte inoltrata, scartata l’ipotesi di un emendamento a causa dei tempi ristretti, la strada individuata è il varo di un nuovo decreto che potrebbe essere approvato dal consiglio dei ministri già oggi o domani. Questo provvedimento si limiterebbe a cancellare la norma che prevede il compenso per gli avvocati che ottengono il rimpatrio volontario dei loro assistiti. Il decreto Sicurezza sarebbe dunque approvato dalla Camera nella stessa versione in cui lo ha votato il Senato, ma l’articolo giudicato incostituzionale dal Quirinale sarebbe subito sterilizzato, senza mai entrare in vigore.

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