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Pd, il crollo di Starmer fa tremare Schlein: alta tensione al Nazareno

di Elisa Calessi sabato 9 maggio 2026

3' di lettura

La valanga che ha travolto il Labour party nelle elezioni amministrative che si sono svolte nel Regno Unito, consegnandolo al peggior risultato di sempre, ha raggelato gli animi, ieri, nel Pd. Non a caso nessuno ha commentato. Silenzio. Elly Schlein era impegnata a Toronto, per il Global Progress Action Summit, evento quanto mai provvidenziale per distrarsi dal crollo dei progressisti inglesi. In Italia, bocche cucite. È vero che Keir Starmer non è mai stato tra gli interlocutori privilegiati di Schlein, più vicina senz’altro alla sinistra di Pedro Sanchez o a quella di Mark Carney, il primo ministro del Canada da cui è volata ieri per l’evento che riunisce i progressisti di tutto il mondo.

Resta il fatto che Starmer è uno dei pochi premier di centrosinistra in Europa. Difficile ignorarne la debacle. O confinarlo a una vicenda inglese. La sua sconfitta, infatti, incrina la narrazione che si è fatta, da noi, dopo la vittoria del No al referendum sulla giustizia, secondo cui «il vento delle destre» avrebUna interpretazione che aveva trovato conferma nella sconfitta di Viktor Orban in Ungheria e nel calo dei consensi di Donald Trump in seguito alla guerra in Iran.

La disfatta dei Labour, però, contraddice questa interpretazione. «Alla faccia della fine della destra estrema in Europa», commenta, fuori dai taccuini, un dirigente del Pd. Preoccupa la crescita della destra di Nick Farage, anti-immigrazione, anti-Ue, ma anche - all’estremo opposto - l’ottimo risultato dei Verdi e dei Libdem (ormai su posizioni più radicali rispetto al Labour). Certo, avranno contato le polemiche sul caso Epstein, che hanno travolto figure vicine a Starmer, o la mancanza di cambiamenti radicali, ma non basta a spiegare il risultato.

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Chi non è stupito - e qualche spiegazione se la dà - è Domenico Petrolo, a lungo tra le file del Pd e coordinatore, dal 2015 al 2018, della campagna 2×1000 per il Pd, autore di recente di un saggio dal titolo “La stagione dell’identità. Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare” (editore FrancoAngeli). «Il trionfo di Reform Uk di Nigel Farage», spiega a Libero, «è l’ennesima conferma di come sia cambiato il conflitto in Occidente: non più un conflitto tra classi, ma tra identità culturali. Ormai», riflette, «al centro del conflitto politico-culturale, c’è l’identità, non l’economia. I ceti bassi non chiedono più redistribuzione della ricchezza o contrasto alle diseguaglianze, ma protezione. Per questo votano quelle forze di destra che promettono di difendere il loro stile di vita. Le campagne elettorali non si vincono più sui salari e il carovita, ma sull’immigrazione e sulla difesa dell’identità. Non è un caso che Farage abbia trionfato nelle tradizionali roccaforti operaie».

Un ragionamento che solleva dubbi rispetto alla linea del Pd di Elly Schlein, tutta incentrata, invece, su salario minimo, sanità, carovita. Al Nazareno si è convinti, in modo granitico, che la strada giusta sia questa. Ma se non fosse così? Petrolo, che proviene dal mondo del centrosinistra, ne conosce dinamiche interne ed elettorato, non crede a questa lettura e fa una profezia preoccupante per il Pd: «Le forze politiche di sinistra che non daranno la giusta attenzione all’identità e parleranno solo di salario minimo e di servizi», dice, «saranno destinate ad accomodarsi a lungo tra i banchi dell’opposizione». 

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MAPPA CAMBIATA
Eppure Starmer, obiettiamo, ha realizzato una riforma sull’immigrazione molto severa. «È vero», riflette Petrolo, «ma gli ha fatto perdere voti nella comunità musulmana e tra gli immigrati, che hanno votato Verdi.

Mentre gli operai si sono sentiti più protetti da Farage, che ha raccolto anche il voto anti-Nato e anti-Israele». Insomma, il Labour si è trovato schiacciato da una parte dalle posizioni più radicali dei Verdi e dei Libdem, dall’altra da quelle identitarie e protezioniste di Farage. Con il risultato di perdere a destra e a sinistra. Quanto alla sconfitta di Orban, dice Petrolo, la sinistra ha poco da rallegrarsi: «La destra di Orban è stata sconfitta da un’altra destra». Sarà anche piccolo, ma è un campanello d’allarme. Per chi vuole ascoltarlo.

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