Convinti di vincere le elezioni, a sinistra stanno pavimentando la strada per una nuova imposta patrimoniale. Non si nascondono, tutt’altro: iniziative e dichiarazioni si moltiplicano. Il non detto riguarda i patrimoni che saranno colpiti dall’imposta, ed è un’ambiguità che con ogni probabilità durerà sino a dopo il voto. Raccontare che pochissimi contribuenti pagheranno finalmente un’aliquota «giusta», e che il gettito così ottenuto consentirà di aumentare la spesa per sanità, scuola ed edilizia popolare, di dare redditi a chi non lavora e di fare altre meraviglie, contraddice le leggi della matematica, ma serve a creare consenso e illudere gli elettori del ceto medio che saranno tra i beneficiati e non tra gli spennati.
Istruttivo Nicola Fratoianni, leader di Avs. In un’intervista pubblicata ieri dal Manifesto dice che per stare nella coalizione occorre condividere i contenuti del programma, in cima ai quali c’è il fisco. Il presupposto è il solito: «La ricchezza è distribuita in modo sempre più disuguale». Dunque, servono imposte più alte sui patrimoni più grandi. Quali? E di quanto più alte? Fratoianni si guarda bene dall’entrare nei dettagli. «Ci sono tante possibilità», risponde. «Noi diciamo una patrimoniale sulle grandi ricchezze, ma ci sono anche proposte che riguardano le successioni. La parola patrimoniale spaventa qualcuno? Siamo pronti a discutere con gli alleati delle possibili ricette, il tema è come correggere l’inaccettabile concentrazione della ricchezza». L’importante è tassare i patrimoni, insomma: sul «come» un’intesa si trova.
I numeri, comunque, raccontano una storia diversa. Nel 2025 la percentuale di popolazione italiana a rischio di povertà è scesa al 22,6%, il valore più basso dal 2015. E se si confronta la metà più povera della popolazione dei principali Stati europei, quella italiana risulta la più abbiente. Segni che qui la ricchezza è meno concentrata che altrove (lo spiega bene l’economista Marco Fortis in un saggio sul sito Eccellenze d’impresa). Non esiste un “caso Italia”, dunque. Ma il racconto della sinistra, pure in questo caso, prescinde dai dati reali.
Al pari di Fratoianni, il suo compagno Angelo Bonelli preferisce restare nel vago: «Di patrimoniale si discuterà», dice agli elettori e agli altri leader della sinistra. Con i secondi non dovrà faticare molto. Maurizio Landini propone da tempo «un contributo di solidarietà su 500mila persone che hanno ricchezze oltre i due milioni di euro». Così, annuncia, si incasserebbero 26 miliardi: sarebbe un’imposta media di 52mila euro a carico di ognuno di questi contribuenti, in aggiunta a ciò che già pagano. Pure nei Cinque Stelle c’è chi spinge, e il motivo è ovvio: servono fondi per finanziare il ritorno del reddito di cittadinanza e le altre misure promesse agli elettori, specie a quelli del Sud.
Giuseppe Conte è cautissimo: ogni volta che ha toccato l’argomento l’ha fatto per dire che «la patrimoniale non è prevista». Nel M5S, però, altri la pensano come Chiara Appendino. A novembre ha spiegato che «la patrimoniale è sicuramente una misura progressista» alla quale «il movimento non può sottrarsi. In Europa ci sta lavorando il nostro Tridico, ma non basta delegare a Bruxelles, dobbiamo farlo anche qui».
Nel Pd la segretaria Elly Schlein si rifugia regolarmente dietro la Ue e invoca «una tassazione europea sulle persone che hanno milioni a disposizione». Ma ciò che pensa lo ha scritto nel suo libro-programma del 2022, La nostra parte. Lì si lamenta perché l’Italia «non ha un’imposta personale e progressiva solo sui grandi patrimoni superiori a una certa soglia» ed elogia le proposte che «ipotizzano un prelievo di qualche decimale o di qualche punto percentuale solo su grandi patrimoni superiori a 500.000 o 1 milione di euro». Inoltre, aggiunge, «andrebbe rivista la tassa sulle donazioni e successioni».
Per fare tutto questo c’è un testo già pronto. È la proposta di legge d’iniziativa popolare appena depositata in Cassazione da Rifondazione comunista, che da questa settimana inizierà a raccogliere le cinquantamila firme necessarie. Prevede un’imposta dall’1 al 3,5% sui patrimoni di «meno dell’1% più benestante della popolazione», che nello «scenario esteso», quello in cui colpirebbe 505mila contribuenti, frutterebbe 65 miliardi di euro l’anno: oltre il doppio di quella cui punta Landini. A contorno, un forte aumento dell’imposta di successione, che dovrebbe rendere altri 8 miliardi.
In questa legislatura non ha alcuna possibilità d’essere approvata, ma essendo d’iniziativa popolare non dovrà essere ripresentata dopo le elezioni: le firme restano valide, i futuri parlamentari la troveranno già lì. Per festeggiare, Rifondazione ha recuperato nei suoi manifesti digitali lo slogan d’antan: «Anche i ricchi piangano».