Nuove tensioni politiche attorno al caso degli adesivi “Comasco Schlein” comparsi durante il derby tra Monza e Como dello scorso anno. A intervenire sulla vicenda è stato Alessandro Corbetta, capogruppo della Lega in Consiglio Regionale della Lombardia, che ha criticato duramente la denuncia presentata dalla segretaria del Partito Democratico Elly Schlein nei confronti di un tifoso del Monza. L’autore del gesto è stato identificato e iscritto nel registro degli indagati con l’ipotesi di reato di diffamazione aggravata dall’odio razziale. Il tifoso, peraltro, è già stato colpito dal provvedimento del Daspo, ovvero il divieto di mettere piede dentro gli stadi.
Il capogruppo leghista in Regione Lombardia, tra l’altro tifoso del Monza, è intervenuto duramente derubricando l’episodio a semplice goliardia: «Siamo arrivati al punto di vedere razzismo e odio anche dove esiste semplicemente della goliardia da stadio.
La denuncia presentata dalla segretaria del Pd Elly Schlein nei confronti di un tifoso del Monza rappresenta una vicenda sproporzionata e preoccupante. L’adesivo in questione non contiene alcun riferimento agli ebrei o all’antisemitismo. Si tratta chiaramente di uno sfottò politico da stadio: magari discutibile e politicamente scorretto, ma ben lontano dall’odio razziale».
Corbetta ha poi proseguito mettendo in guardia dai rischi di un’eccessiva severità giudiziaria: «Il tifoso avrebbe già ricevuto un Daspo. Ma qui si va oltre: si rischia addirittura di mandare una persona a processo e di farle rischiare il carcere per una provocazione da stadio. È una deriva che non possiamo accettare. L’intento di quell’adesivo non era certo quello di colpire le origini ebraiche della Schlein, che nessuno avrebbe associato all’immagine, ma semplicemente prendere in giro la tifoseria avversaria attraverso un accostamento a un politico che evidentemente non gode di molta simpatia nell’ambiente. I comaschi stessi l’hanno vissuta come una goliardata».
E ancora: «Schlein poteva girarla a suo favore e ne sarebbe uscita alla grande. In casi come questi infatti servono più buon senso e autoironia, non tribunali, accuse sproporzionate e finto vittimismo. Se tutto diventa odio, allora nulla è più odio».