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Chiara Appendino contro Giuseppe Conte: "Renzi? Io non dimentico"

di Daniela Mastromattei martedì 19 maggio 2026

3' di lettura

C’è un problema nel “campo largo” e si chiama Giuseppe Conte. O meglio: si chiama Giuseppe Conte quando prova a fare il capo coalizione, il candidato naturale di una sinistra che però continua a non fidarsi di lui. E infatti basta una frase di Chiara Appendino per riportare tutti alla realtà: altro che apertura al centro, altro che abbracci con Matteo Renzi, altro che moderatismo da salotto romano. Nel Movimento 5 Stelle la linea resta quella delle origini: diffidenza, rancore e resa dei conti permanente. E non è la prima volta che l’Appendino va contro Giuseppi. Era già successo sulla patrimoniale, oltre ad essersi dimessa da vicepresidente del partito lo scorso autunno giudicando il M5s troppo schiacciato sulla linea del Pd. La deputata pentastellata, a margine della due giorni di “Nova”, in cento città italiane organizzata dal M5s per costruire il programma “dal basso”, è stata chiara: «Io la storia non la riscrivo e non dimentico quello che Renzi ha fatto».

Tradotto: Conte può anche provare a dialogare con il centro, ma dentro il Movimento c’è chi considera ancora Renzi il responsabile della caduta del governo giallorosso e della fine del sogno contiano. Eppure il fondatore di Italia Viva, negli ultimi giorni, aveva mandato segnali diversi. Toni più morbidi, aperture prudenti, disponibilità a discutere con quell’area moderata che a sinistra serve come il pane per tentare di battere il centrodestra. Ma Appendino ha rimesso subito i puntini sulle i: «Se Renzi vuole ragionare sul salario minimo o sul conflitto di interessi ci ragioniamo, ma questo viene dopo». Prima vengono “i cittadini”, i diritti, il lavoro, il reddito, la sanità. E soprattutto viene il regolamento di conti con il passato. Ma per il vicepresidente di Iv, Enrico Borghi, bisogna guardare avanti: «Noi preferiamo parlare di futuro, non di passato». Il problema è che Conte sogna già le primarie di coalizione. Sogna i gazebo, la mobilitazione popolare, il ritorno a Palazzo Chigi passando attraverso il voto della sinistra unita. Ma per riuscirci dovrebbe convincere tutti gli alleati a riconoscergli una leadership che nessuno, realmente, vuole concedergli.

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Né il Pd, dove molti continuano a considerarlo un corpo estraneo, né Avs, che teme l’ennesima metamorfosi grillina, né tantomeno il centro riformista, che vede nei Cinque Stelle un alleato inaffidabile. E infatti, mentre Conte parla di partecipazione e “orizzontalità”, nel Movimento serpeggia il sospetto. La paura è quella del “sabotaggio” delle primarie da parte degli alleati. Perché il vero terrore dei grillini è che alla fine il centrosinistra applichi lo schema del centrodestra: guida la coalizione chi prende più voti. E oggi, nei sondaggi, il M5s non è il primo partito dell’opposizione. Così Conte tenta la fuga in avanti. Prova a dettare lui la linea, soprattutto sulla politica estera. No al riarmo, no alle spese militari, no allo «scostamento per gli armamenti». E persino un richiamo a Papa Leone per rivendicare una linea pacifista che dovrebbe diventare la carta identitaria del futuro campo progressista. Una piattaforma quasi obbligatoria per chiunque voglia stare nel campo largo. Peccato che anche qui gli alleati non la pensino tutti allo stesso modo.

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