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Comunali, sinistra in ritirata: cosa dicevano prima e cosa hanno detto dopo il voto

di Tommaso Montesano mercoledì 27 maggio 2026

3' di lettura

Profilo Facebook di Elly Schlein, venerdì scorso. La segretaria del Pd posta un video che la ritrae mentre raggiunge sul palco Andrea Martella, il senatore del suo partito candidato sindaco di Venezia. È il comizio finale della campagna elettorale ed Elly abbraccia l’uomo al quale ha affidato il compito di riprendersi la Serenissima dopo 11 anni di centrodestra. «Meravigliosa Venezia, andiamo a vincere con Andrea Martella!». Non aveva dubbi, Schlein. Non solo nella vittoria, ma per le conseguenze che il risultato in Laguna avrebbe avuto sul destino del governo e della maggioranza. «Da qui può arrivare un segnale forte fino a Roma»; di più: «Una spinta forte per vincere anche le prossime elezioni, per mandare a casa il governo Meloni».

TUTTI SUL PALCO
Tutto era stato fatto per bene: «C’è un campo larghissimo, possiamo dire che è un laboratorio nazionale anche in vista del 2027. Uniti possiamo battere queste destre».
Non a caso a Venezia per tirare la volata a Martella erano arrivati tutti i leader del “campo larghissimo”: Giuseppe Conte, Matteo Renzi, il segretario di Rifondazione comunista, Maurizio Acerbo, quelli di Avs. A riprova della certezza della “spallata”, a maggior ragione dopo il referendum sulla giustizia. «Qui si gioca una partita decisiva», aveva detto - solenne - Conte. Per l’ex premier dalle urne del capoluogo veneto poteva partire una «nuova primavera» tale da «cambiare pagina e arrivare al governo nazionale». Per Renzi, addirittura, la partita avrebbe potuto «essere risolta già al primo turno. Venezia è una partita clou, proviamo a riprenderla».

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Come è andata a finire, è noto: Martella sconfitto al primo turno. Nonostante Venezia, come ha ricordato l’ex sindaco Massimo Cacciari sul Corriere della Sera, sia stato «l’unico posto in Veneto dove a marzo al referendum avevano vinto i No». Così a sinistra è partita la caccia alla scusa. «A Venezia governavano loro», si è difeso Francesco Boccia, capogruppo del Pd al Senato. E comunque è sbagliato trarre conclusioni affrettate: «Le dinamiche locali sono legate alle proposte che vengono fatte, anche attraverso le liste. Non c’entrano nulla le dinamiche nazionali. Le Amministrative sono un test sulle proposte locali e sui candidati e le candidate sindaco». Su Repubblica si è espressa la sua omologa a Montecitorio, Chiara Braga. E ha detto che sì, «non è andata come ci auguravamo che andasse», ma la partita era difficile: «Il Veneto è sempre una terra complicata, sicuramente su Venezia si giocano molti interessi». Soprattutto, nessuno al Nazareno ha mai pensato che la vittoria fosse a portata di mano.

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«Voi giornalisti guardate solo Venezia. Ci dispiace, ovviamente, ma nessuno ha mai detto che eravamo sicuri di vincere», ha esclamato Igor Taruffi, responsabile organizzazione del partito. E Conte? Ha preferito restare in silenzio, almeno a caldo. Mandando avanti Paola Taverna, ex senatore e ora vice dell’ex premier nel M5S: «È improprio ricavare valutazioni di ordine generale, ancor più proiettate sul dibattito nazionale». Il leader pentastellato è intervenuto ieri provando a sviare l’attenzione: «Meloni è apparsa ringalluzzita per una città in cui non è stata presente in campagna elettorale». Nicola Fratoianni, uno dei due leader di Avs, è uno di quelli che su Venezia è stato bellicoso fin da subito. «Qui siamo in campo per vincere le elezioni, per governare Venezia, per chiudere la fase Brugnaro e per dare alla città una nuova prospettiva con Avs» (23 febbraio). Ieri, però, via Facebook ha di fatto negato di esserlo mai stato: «Segnalo che Venezia era già amministrata dalla destra».

CONTRORDINE
E l’alternativa di sinistra? Prima del voto era «una proposta credibile, in grado di immaginare il cambiamento necessario, garantendo qualità di governo dove amministriamo e qualità nel lavoro di opposizione dove tocca restare all’opposizione». Dopo il voto è diventata una proposta praticamente ancora da mettere a punto: «Lo ripeto ancora una volta: occorre che la coalizione metta in campo un’anima, un progetto, una proposta e cominci a muoversi nel Paese. È su questo che ancora, obiettivamente, registriamo un ritardo».

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