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Il generale Vannacci si crede un dio per 3mila voti a Vigevano

Ora si percepisce come Dwight Eisenhower quando guidò la Quinta Armata sulla conquista dello Stivale: dopo le Comunali l'ex leghista dà la sensazione di non aspettare altro che qualcuno lo faccia prigioniero
di Pietro Senaldi mercoledì 27 maggio 2026

3' di lettura

Il generale di Vigevano. Roberto Vannacci prende tremila e cinquecento voti scarsi nella cittadina lombarda con una delle piazze più belle d’Italia e si sente Dwight Eisenhower quando guidò la Quinta Armata alla conquista dello Stivale. Promette di piazzare una bandierina in ogni città che andrà al voto. Parla duro come il sergente di Full Metal Jacket e ha il piglio militare di chi non intende fare prigionieri, ma sottovaluta che il protagonista del film di Stanley Kubrick finì impallinato da una sua recluta e dà la sensazione di non aspettare altro che qualcuno lo faccia prigioniero.

«Non vogliamo essere l’ago della bilancia ma essere influenti», dice il leader di Futuro Nazionale, rivelando una certa inesperienza nello schierare le truppe in politica. Primo perché per essere ago della bilancia bisogna trovarsi al centro e non sulle ali estreme. Secondo perché ci sono due modi per essere influenti: uno è fare parte di una coalizione che si riesce a condizionare, l’altro è dichiarare guerra a chi si pensa simile per sottrargli elettori e finire a fare un favore al nemico più che a se stessi. Il fuoco amico nei conflitti non è una strategia vincente ma il generale al momento tira bordate più che altro allo schieramento dal quale ha disertato.

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A Venezia, terra dei lagunari di San Marco, il centrodestra ha fatto il pieno con un candidato moderato e lasciato il suo luogotenente sotto l’uno per cento. Vannacci spara però su Forza Italia e sulla figlia di Silvio Berlusconi, colpevole di aver detto di non volerlo in coalizione. Calma, generale: la politica non è una guerra lampo ma una lotta di trincea e logoramento nella quale, per vincere, talvolta occorre allearsi anche con chi non ci piace. Vigevano poi dà alla testa. Si riguardi il celebre film con Alberto Sordi, che si intitola appunto Il maestro di Vigevano: storia di un onesto dipendente pubblico che non vede più riconosciuto il proprio ruolo sociale, si crede quello che non è, cambia lavoro e finisce male. Non ci si riconosce lo so, ma per la scalata che ha in testa forse era meglio arrivare dal corpo degli alpini, specializzati nel salire impervie vette, piuttosto che da quello dei paracadutisti, il cui lavoro è scendere dolcemente.

E che la politica per il generale sia stata un paracadute è indiscutibile. Il fatto che appena atterrato la sua preoccupazione principale sia stata da subito cambiare perimetro era prevedibile. In pochi invece avrebbero scommesso che per muovere guerra agli ex commilitoni si sarebbe affidato a mercenari che hanno già combattuto con diverse divise. Tra ingressi e candidati, le truppe vannaciane sono fatte da figuri che in tempo di guerra sarebbe stato lui il primo a fucilare alle spalle. Un partito nuovo farebbe bene ad arruolare nuove leve non a riciclare scarti di altre divisioni, la maggior parte dei quali peraltro avvezza alle retrovie più che alla prima linea.

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Ora che non è più un ufficiale al quale ci si può rivolgere solo con il “Sissignore”, è doveroso porre qualche domanda. La tattica del generale per conquistare la casa matta della politica è chiara: avanti a destra contro l’Europa, i delinquenti, gli immigrati e i gay. Incidere però non significa fare terra bruciata con il lanciafiamme. Vannacci dice cosa vuol distruggere ma marca visita quando si tratta di far capire cosa vuol costruire.

Quali sono le sue ricette economiche? Se non sta con l’Ucraina, con chi sta? Come pensa di fare in modo che l’Italia conti di più nel mondo? Per ora, più che un vero leader pare un guastatore, una sorta di Alessandro Di Battista del centrodestra, uno che non gli va bene niente ma chissà se riuscirebbe a fare andare bene qualcosa. Poi certo, ha un’identità forte e l’effetto novità; i sondaggisti lo danno al 3%, ma nell’Italia dei cento partiti è una percentuale che non si nega quasi a nessuno, neppure a Carlo Calenda. Solo Matteo Renzi e +Europa proprio non gliela fanno, ma perché hanno l’handicap di essere ben conosciuti dal pubblico. Vannacci ha giurato di servire lo Stato ed è finito a servire solo se stesso. Quando ci sono i generali di mezzo è pericoloso, perché talvolta tendono a far coincidere le due cose.

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