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L'illusione Pd di poter conquistare il voto migrante

Analisi effettuate a livello continentale parlano chiaro: gli immigrati non ritengono che un approccio "aperto" sull’immigrazione rappresenti una motivazione di voto
di Lorenzo Mottola mercoledì 27 maggio 2026

3' di lettura

Eppur non si muove. Con grande frustrazione del Pd, le grandi campagne democratiche sull’immigrazione continuano a non spostare voti verso sinistra. O comunque i numeri sono del tutto insignificanti. La dimostrazione: anche l’ultima tornata alle comunali, come ben documentato dal servizio di Massimo Sanvito a pagina tre, ha visto i tanti candidati musulmani rimanere del tutto al palo, poche preferenze, neanche un eletto. Il tutto dopo che, soprattutto a Venezia, il partito di Elly Schlein aveva mostrato di puntare sulla questione, animando anche alcune polemiche: quella sui volantini scritti in bengalese e quella sui video registrati nelle scuole di italiano per stranieri, dove i candidati Dem sono andati a spiegare a signore velate come si segna “Pd” su una scheda elettorale, «perché è il nostro partito».

Speravano di mobilitare la base di “nuovi italiani”, non è successo niente di tutto ciò. E non è una gran sorpresa. Esistono analisi effettuate a livello continentale: gli immigrati non ritengono affatto che un approccio più “aperto” sull’immigrazione rappresenti una motivazione di voto per questo o quel partito. Il che appare anche ovvio: perché mai un immigrato regolare dovrebbe essere favorevole agli sbarchi? Perché mai riempire le periferie di clandestini dovrebbe rappresentare un vantaggio per chi ci vive? Per di più la partecipazione alla vita politica in queste comunità è molto bassa, almeno per quanto riguarda le urne. Basta vedere le candidature: in Lombardia alcune nazionalità (per esempio pakistani e indiani) hanno espresso hanno un buon numero di rappresentanti, mentre ad altre (romeni, albanesi, cinesi o marocchini, che sono, per altro, le etnie più consistenti in termini numerici) la questione sembra interessare poco o nulla. Hanno più propensione a partecipare a manifestazioni che a votare. Peraltro, le comunità di migranti sono molto diverse tra loro e non tutte necessariamente “rosse”: l’esempio classico è quello di chi arriva dall’est Europa.

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Esiste invece, questa sì, una certa correlazione registrata in Europa tra gli immigrati di seconda generazione e il voto a sinistra. In altre parole, i figli di chi si è trasferito nell’Unione Europea di solito hanno un orientamento lievemente più “rosso”, specialmente tra le fasce deboli. Chi ha visto i propri genitori arrancare o finire a fare lavori sgraditi, di solito si rivolge a partiti orientati a sinistra. Chi ha più fortuna, anche dal punto di vista dell’istruzione, meno. Insomma, a pesare è la condizione economica, non i programmi sui flussi o le politiche sulla cittadinanza. La presenza di migranti, peraltro, ha un rovescio della medaglia: è infatti dimostrato che un numero alto di “nuovi italiani” nelle comunità ha l’effetto di spinge fortemente il voto dei “nativi” verso destra, innescando per i partiti come il Pd un chiaro effetto boomerang. Una pratica da maneggiare con molta cautela. Un fatto che il centrosinistra, almeno ai tempi di Marco Minniti al Viminale, sembrava aver compreso bene, quando venne impresso il famoso giro di vite agli sbarchi con gli accordi in Albania. Oggi tuttavia la situazione è molto cambiata. Elly Schlein su questo fronte ha spinto il partito su posizioni più radicali, ma è tutto da dimostrare che la cosa abbia fatto far salti di gioia alla base elettorale del partito, perché va ricordato che anche i 34,66% degli elettori Dem aveva risposto No al quesito che proponeva di dimezzare i tempi per la cittadinanza. Un brutto autogol, esattamente come successo a Venezia: avranno portato più elettori alle urne le polemiche sul Pd a caccia di voti degli immigrati o i tentativi Dem di corteggiare queste comunità? Il numero tondo di eletti tra i candidati islamici – zero parla chiaro.

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