Proprio nei giorni in cui si assiste all’ennesima, antistorica, mostrificazione del Msi tramite la figura del suo leader Giorgio Almirante esce per le edizioni Eclettica una voluminosa biografia di Pino Romualdi, scritta da Luca Bonanno.
Personaggio non di secondo piano Romualdi: a lui si deve, a guerra finita, dopo il 1945, la creazione di una rete di contatti clandestina tra i “vinti” finalizzata alla ripresa politica del neofascismo. A lui si deve la trattativa con Palmiro Togliatti per l’amnistia ai fascisti superstiti in cambio della promessa di schierare i reduci del Ventennio dalla parte della Repubblica al referendum del 2 giugno 1946. Tutto ciò appartiene alla storia italiana ma un Pino Romualdi cosa ha da dire ancora oggi alla destra? Secondo Alfredo Mantica, già sottosegretario agli Esteri con il governo Berlusconi e vicinissimo a Romualdi, basterebbe rileggersi i dieci punti programmatici del Msi del 1946 per mettere a tacere quanti oggi vedono nel Msi una riedizione contraffatta del Pnf. «Da subito si scelse la democrazia come unico metodo di battaglia politica, e su questo Romualdi fu inflessibile perché, pur essendo stato l’ultimo vicesegretario del Pnf, considerava il ventennio qualcosa di passato, morto, finito. Ma la politica no, la politica lo attirava comunque e andava distinta dalla nostalgia».
Insomma, sottolinea Mantica, il Msi fu fondato non solo per i reduci, era una casa offerta a tutti gli italiani. Oggi si sa pochissimo del Msi e dei suoi leader. Altra eredità romualdiana che merita di essere sottolineata è l’europeismo. «Romualdi era un europeista convinto, ammiratore di Jacques Delors, fautore della Comunità europea di difesa, che fallì per colpa di De Gaulle. Della retorica sull’Europa dei banchieri non gliene fregava nulla, secondo lui la destra o era europeista o non era». Insomma era un realista, per questo si tenne anche alla larga da chi contestava la Nato in nome dell’antiamericanismo: per Romualdi la Nato andava benissimo in quanto pilastro della lotta al comunismo. «Voglio dire – spiega Mantica – che anche allora c’erano quelli alla Vannacci, gli anti-sistema, c’erano anche allora un generale qua e un colonnello di là, ma la politica è un’altra cosa. E il sano realismo di Romualdi gli veniva anche dal suo essere un figlio della Romagna, terra mazziniana, e chi era nato lì non indulgeva in astrattezze, quando nel partito si facevano infiniti dibattiti sul presidenzialismo lui rideva e faceva una delle sue battute: “Ma sul presidenzialismo noi non abbiamo già dato?”». Si dice che fosse il più moderno dei leader missini, oltre che il più laico, al punto da opporsi alla scelta del Msi di schierarsi contro il divorzio. «Tu devi pensare che cosa erano le sezioni del Msi degli anni Cinquanta – dice Mantica – con tutta questa enfasi sui morti, l’onore, il lutto, alla fine un giovane che doveva fare? Si doveva suicidare? Pino era lontano da tutto questo, incontrava i reduci della Rsi, li abbracciava, ma non li riteneva utili politicamente, pur rispettandoli».
E sulla memoria condivisa? «Ma no, pensava che fosse una cosa impossibile. Ognuno ha le sue posizioni, e ne deve pagare il prezzo, semmai andava cercata la verità dei fatti. I saluti romani lo facevano incazzare: a chi li faceva diceva “ma che ne sai tu di quella storia? È stata la mia storia ed è finita, non è stata la tua storia”».
Insomma in definitiva anche FdI avrebbe da imparare dall’idea di destra di Romualdi che «era fondata sul senso dello Stato, sulla responsabilità della funzione istituzionale che ricopri e sul fatto che la destra non deve isolarsi, deve guardare alla maturazione delle cose».
E allora ciò che significava: «Che non si poteva stare ancora dietro al dibattito se il fascismo fosse stato di destra o di sinistra».