«Ho seguito il voto con Stefani, nel mio ufficio. Alberto lo conosco da tempo, in questi mesi è diventato un amico. Lui ha 34 anni, io 38. Presidente del Veneto e sindaco di Venezia, ci pensa? La politica può ancora parlare ai giovani, ed essere fatta da giovani. Ne siamo la prova. E voglio sottolineare una cosa: non siamo stati candidati in quanto giovani, ma perché avevamo già esperienza e una visione, non siamo figurine, ci siamo fatti il mazzo da amministratori. Lui da sindaco e poi deputato, io da consigliere e assessore. Sono entrato in Comune a 22 anni.
Qualcuno dovrebbe osservare ciò che è successo...».
Quando ha capito che aveva vinto cos’ha fatto?
«Sono andato con Alberto al comitato elettorale, in vaporetto, linea 1, in mezzo ai veneziani e ai turisti».
Per festeggiare Spritz o Prosecco?
«Prosecco, me lo sono ritrovato in mano. Potevo non berlo?».
No. E ora?
«Stasera (ieri, ndr) c’è il basket, la Reyer, gara 5, ci giochiamo le semifinali scudetto. La prima volta al palazzetto da sindaco».
La Reyer è la squadra di Brugnaro, il suo predecessore. Le indagini sulla giunta non hanno pesato...
«Voglio essere sincero: in città, soprattutto in certi salotti, in alcuni momenti se n’è parlato eccome. Fuori però no: i problemi erano altri».
Come quello del turismo di massa. Lei, da assessore al Turismo in carica, in campagna elettorale aveva promesso di introdurre un ticket fino a 50 euro contro i turisti cafoni. Lo farà davvero?
«I turisti vanno rispettati e si devono sentire a casa propria. Per il turismo mordi e fuggi, quello di giornata fatto di persone che alloggiano fuori dal centro e si riversano in città, abbiamo già introdotto in certe giornate l’ingresso a 10 euro. La mia idea, nel momento in cui si avvicina il tutto esaurito, è quella di alzare il prezzo, per disincentivare il visitatore che non sempre porta rispetto o che comunque genera un impegno extra. Mantenere la città pulita e in ordine ha un costo».
Simone Venturini, da lunedì il più giovane sindaco della storia di Venezia, ha stravolto i pronostici. Ha vinto al primo turno col 51% contro il centrosinistra.
La sua lista civica ha preso il 30, sei punti in più del Pd, che era sicuro di trionfare. Schlein e i “big” democratici erano in città da giorni.
«Guardi, io non ho voluto alcun sondaggio, ne abbiamo commissionato solo uno all’inizio, perché è prassi, poi ho preferito stare in mezzo ai veneziani e ascoltarli. Più si avvicinava il voto e più ero certo che ce la saremmo giocata fino in fondo, ma mentirei se le dicessi che mi aspettavo di vincere senza passare dal ballottaggio».
È sposato?
«Sì, con Carolina. Sono diventato sindaco nel giorno del nostro secondo anniversario».
Ci dica della sua famiglia.
«Della mia?».
Sì.
«Mia mamma aveva in mente altri progetti per me, non ha sempre apprezzato che facessi politica. L’ho sentita qualche ora dopo il voto, dopo aver ricevuto chiamate di ministri e politici. Papà era con me lunedì sera. Ho una sorella, ha cinque anni in meno, è psicologa e musicista, suona musica ska-reggae. Non la pensa come me, credo che non mi abbia votato».
Al comizio del candidato del Pd, il deputato Martella, c’era Oliver Skardy, leader dei Pitura Freska, quelli di “Oi ‘ndemo veder i Pin Floi” e “Papa Nero”. «Noi i comizi, diciamo così, li abbiamo fatti tutti i giorni ascoltando cittadini e commercianti».
La sinistra ha puntato sul voto dei musulmani, soprattutto a Marghera.
«Dove sono nato. Secondo me, ma lo dico col massimo rispetto, il mio sfidante è stato troppo ideologico. Analizzando il voto la sinistra ci ha rimesso. Hanno tentato di arruolare in blocco un’intera comunità, ma non funziona così».
In politica a 22 anni, perché?
«È stato un passaggio naturale: ho studiato dai frati Francescani, poi ho fatto lo scout, volontariato in chiesa... Mi sono sempre occupato di tanti aspetti della quotidianità».
Oltre all’assessorato al Turismo aveva le deleghe al Lavoro, Sociale e al Volontariato. È radicato nel territorio.
«Abbiamo dovuto gestire la crisi di Porto Marghera, la reindustrializzazione. La priorità è stata quella di creare occupazione, e in questi cinque anni cercheremo di attrarre il più possibile imprenditori che abbiano voglia di investire qui da noi. Voglio costruire un gruppo di ambasciatori veneziani nel mondo».
Lei è ufficialmente un civico. È stato iscritto a qualche partito?
«All’Udc, per cinque anni, ho aperto la sede di Marghera. Sono rimasto affascinato da Casini, col quale poi è nata una grande amicizia. Dell’Udc sono stato anche capogruppo in Consiglio comunale».
Un giovane moderato, quindi.
«Nei toni sì. Ma sono una persona pratica, guardo al sodo, non mi piace perdere tempo in chiacchiere o rincorrere la polemica del momento per ricercare il consenso».
Torniamo al risultato di lunedì.
«Mi avevano preso per matto».
Chi, e quando?
«Quasi tutti, quando in conferenza stampa, settimane fa, avevo detto che con la civica puntavo al 30%».
L’aveva sparata?
«No, perché girando sentivo che il consenso era alto, si capiva anche che tanti giovani stavano con noi. Mentre certa stampa ci dava per morti».
Poco prima del voto sono scoppiati il “caso Venezi” alla Fenice e quello della Biennale. Ha tremato?
«No, questo no. Però qualcosa me lo sarei evitato volentieri».
Per la sinistra Venezia è diventata una Disneyland per ricchi.
«Dichiarazioni folli. Come si fa a denigrarla in questo modo? Venezia è una delle città più contemporanee del mondo».
Rimarrà nel suo ufficio di assessore?
«Vado in quello di fronte, ma non ho ancora avuto un secondo per razionalizzare cos’è successo».
Un altro Prosecco?
«Non riesco a godermi la vittoria. Mi è appena venuta la pelle d’oca...».