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Conte promette querele ma a parti invertite agiterebbe già le manette

Il leader del M5s reagisce in modo piccato alle notizie emerse sulla maxi-parcella pagata da un'azienda che forniva tamponi Covid all'avvocato Di Donna. Ma se si ribaltasse il quadro...
di Pietro Senaldi mercoledì 10 giugno 2026

3' di lettura

Poveri giornalisti, ci mancava solo il Giuseppe Conte furioso. Il leader di M5S ce l’ha con la categoria, colpevole di lesa maestà. Minaccia querele d’ora in poi contro chiunque macchi il suo onore e rovini il suo umore. Sguinzaglia le truppe speciali d’azzanno, l’esercito parlamentare del vaffa, per l’occasione indignato contro chi usa toni inquisitori, forse perché ritiene di averne il diritto in esclusiva.

RICOSTRUZIONE
Di che cosa parla l’ex premier? Qualcuno di noi gazzettieri ha riportato quanto affermato davanti alla commissione parlamentare sul Covid da un manager di un’azienda di tamponi. L’uomo ha dichiarato che la società ha pagato una super parcella da 454mila euro a un avvocato, Luca Di Donna, che ha lavorato presso lo studio Alpa, lo stesso dove ha mosso i propri passi professionali l’ex premier. Per meritarsela, il legale ha scritto una lettera di sollecito e compilato dei documenti; così sostiene, letteralmente, il testimone. Certo, ci sono poi un contratto in cui l’azienda si impegnava a versare, a titolo di provvigione, il dieci per cento delle commesse ricevute e un’indagine per traffico di influenze e associazione a delinquere contro l’ex compagno di studio di Conte, che si è persa dopo una richiesta d’archiviazione. In buona compagnia, abbiamo riportato tutto questo, che gli onorevoli grillini in coro definiscono «fango». Davvero non si capisce perché l’ex premier, che non è stato accusato di nulla, tantomeno di aver fatto la cresta sulla pandemia, e anzi al massimo è stato usato a sua insaputa da qualche cattiva compagnia, si scaldi tanto.

Chi è in difetto è in sospetto, rammentala saggezza popolare. Noi siamo convinti della purezza d’animo e di portafogli di Giuseppi, però il suo intignarsi in un’intemerata intimidatorio della libera stampa, avanti così, rischia di far dubitare anche il meglio intenzionato. Fratelli d’Italia gli domanda di riferire in Aula, mentre il Pd gli fa scudo chiedendo di chiudere la commissione d’indagine sul Covid. Per tutta risposta, i grillini pretendono le dimissioni del presidente dell’organismo parlamentare, Marco Lisei. Una cagnara insomma, un polverone alzato quasi si volesse nascondere il contenuto delle dichiarazioni rese da chi ha pagato fior di parcella all’ex compagno di studio del capo di M5S senza essere in grado di motivare convincentemente l’oneroso esborso. Per trovare una spiegazione a una reazione così scomposta non c’è che la giustificazione di essere poco avvezzi alla critica giornalistica. Conte e compagni hanno ricevuto peana per aver scassato i conti con il superbonus e il reddito di cittadinanza. Sono stati trattati come eroi malgrado abbiano avuto una gestione disastrosa della pandemia. Vengono graziati dalla stampa, che nulla gli chiede delle posizioni in politica estera ed economia, che ne rileverebbero opportunismi e inadeguatezze. Fisiologico che quando si trovano al centro di un’attenzione poco gradita sbrocchino. Eppure, chi la fa l’aspetti.

Quanto livore, quanta aggressività, quanti attacchi a vanvera arrivano dai banchi di M5S contro il governo ogni qual volta una minima ombra vela Giorgia Meloni e compagnia... Gli onorevoli pentastellati sono un commando istruito per sputare sentenze e sparare quintali di immondizia contro il nemico politico prima ancora di capire di cosa stanno parlando. E la stampa che ne perora le cause è anche peggio.
La conosciamo bene. Cosa avrebbero detto Conte, i suoi scudieri e i suoi scrivani se un imprenditore avesse dichiarato di aver strapagato per motivi che dice di non sapere neppure lui un sodale della premier, un suo vecchio compagno di scuola, un antico amico? Quanti talk show e quante puntate di format d’inchieste rigorosamente a senso unico sarebbero andati in onda incessantemente?

GIUSEPPI
Giuseppi non si abbassi a fare rissa con i giornalisti, finirebbe per fare la figura di Donald Trump, a cui peraltro deve il suo soprannome più sfortunato, e passare per uno che offende e teme la stampa libera. Un Donald Trump dello Stivale, per di più, con la pochette al posto del ciuffo. Rifletta che in fondo, se lo attaccano è perché lo temono e che in realtà nessuno l’ha accusato mai di aver commesso reato; trattamento invece riservato dai suoi tifosi con la penna a molti suoi rivali, peraltro poi rivelatisi innocenti senza tante scuse. Casomai dovesse tornare a Palazzo Chigi, rifletta che non c’è tutti gli anni una pandemia a concederti l’immunità delle critiche. Inizi a vaccinarsi anche lui dal virus della stampa avversa, che provoca ulcere e annebbia la testa.

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