Consiglio accorato: fatevi un giro alla Festa dell’Unità in agenda a Roma da ieri al 28 giugno (o, se proprio non ci riuscite, date uno sguardo approfondito al programma dei lavori). No, aspettate ad appallottolare questa copia di Libero, il nostro è solamente un suggerimento antropologico, etnografico, comparativistico. Non esiste infatti miglior termometro, per misurare la traiettoria involutiva della (fu) cultura di sinistra, del focus su cosa è diventato il gran rito propiziatorio del sol dell’avvenire, la grande radunata eno-gastronomico-rivoluzionaria a suon di Guccini&salamelle, appunto la Festa dell’Unità. O Festa dell’Unit*, come da materiale illustrativo, e già nell’utilizzo beota, civettuolo, paranoico dell’asterisco (a)sessualmente corretto c’è tutta la débâcle dei progressisti di liturgia schleiniana. Una rotta simbolica, (neo)linguistica, anche emotiva, nel senso che del legame con il popolo lavoratore, con le sue urgenze, con la realtà che frequenta (fabbrica in primis, luogo sommamente volgare e assai poco arcobaleno) non ne è più nulla.
Pronti via, ieri sera si è svolto un attualissimo dibattito sugli “80 anni di voto alle donne, fra conquiste e nuove sfide” (spoiler: non ce ne sono, la partita dei diritti politici è stata vinta e archiviata, tanto che mentre la sinistra apparecchiava tavole rotonde la destra ha portato una donna a Palazzo Chigi). Ma a sconfinare nella parodia ultra-wokista involontaria è l’evento in agenda domani sera: “Un Paese per tutt?” (no, non è un refuso, è la schwa che include tutto, tranne la grammatica). Sottotitolo: “A 10 anni dalle unioni civili: quali politiche perla comunità Lgbtqia+” (mi raccomando, molto importante il segno + onde non incorrere nello psicoreato di discriminazione verso una delle dozzine di identità sessuali certificate all’aperitivo della Ztl). Ad intrattenere il pubblico, un duo di oratrici che nemmeno Tom Wolfe sarebbe arrivato a immaginare, per descrivere il luogocomunismo radical-chic: Laura Boldrini e Monica Cirinnà. Come direbbe Meloni, «questi- o queste, o quest?, vabbè ci siamo capiti, ndr - lavorano per me».
[[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48139672]]
A proposito: imperdibile lunedì il seminario “Le donne contano. Per un’agenda femminista”, schierato frontalmente «contro le gabbie della destra patriarcale». Sì, nella realtà sarebbe sempre quella destra che ha rotto il tabù di una donna a capo del governo e con esso il “soffitto di cristallo” della retorica dirittista, ma non conta la realtà, conta la sua rappresentazione. Nella rappresentazione, Meloni è la donna sbagliata perché, come ha detto ancora ieri la vicepresidente piddina della Camera Anna Ascani, la sua «è una leadership femminile ma non femminista» (se l’espressione non contenesse un’allusione reazionaria all’organo maschile, diremmo che siamo in piena supercazzola). In ogni caso, tranquilli: ad illustrarci le virtù dell’autoaffermazione al riparo da ipoteche patriarcali sarà l’onorevole Michela De Biase, incidentalmente coniugata Franceschini.
Avendo il politicamente corretto sostituito da tempo la politica con il marketing, l’altro grande target di riferimento da soddisfare, nel mercato delle diversità, è quello immigrazionista. Voilà allora l’evento “Chiudiamo i Cpr: verso un nuovo modello di integrazione” (tema in lieve controtendenza rispetto alle indicazioni della cronaca, da Modena a Belfast, ma non sottilizziamo). Tra gli ospiti, la deputata Rachele Scarpa, famosa per coltivare posizioni sullo Stato degli ebrei che, prese alla lettera, non sarebbero dispiaciute al dottor Goebbels: «Chi si ostina a parlare del “diritto di Israele di difendersi” si rifiuta di cogliere la gravità e la complessità della situazione».
Figurano poi incontri involontariamente comici (“Roma è cambiata: moderna, verde e inclusiva”, una sorta di borgo elvetico), titoli dadaisti (“La notte: una risorsa da vivere e valorizzare”) e classici intramontabili (una serata semplicemente intitolata “L’antifascismo”, non c’è bisogno di aggiungere altro, anche perché si è in ritardo di ottant’anni). Su tutto, la sensazione dominante di un cambio di paradigma, descritto magnificamente dal sociologo canadese Mathieu Bock-Côté. Quello per cui la sinistra (post)moderna è transitata dalla vecchia «utopia egualitaria» di conio marxista all’«utopia diversitaria» dello stupidario Woke: la celebrazione acritica di qualunque diversità, sessuale, culturale, di genere, di provenienza. Non ci meraviglieremmo se venissero serviti tofu e involtini primavera al posto delle salamelle, che sono robaccia da proletari. Anzi, da pvoletavi.
[[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48121734]]