La paura che attraversa il centrosinistra ha un nome: Quirinale. È l’ipotesi di un presidente della Repubblica di centrodestra, magari proprio Giorgia Meloni, il grande timore dei padri nobili del campo largo, quelli che sanno che la partita più importante riguarda il Colle (per quanto le due siano legate). A ribadirlo, ieri, è stato l’ultimo grande regista di quella parte, Dario Franceschini, a Repubblica: «Se passa la nuova legge elettorale, anche con la limitata riduzione del premio, il centrodestra potrà eleggersi il presidente della Repubblica da solo», ha detto. Un capo dello Stato che potrebbe essere la stessa Meloni che a quel punto, ha osservato l’ex ministro, «controllerebbe come capo politico una maggioranza di parlamentari tutti nominati da lei, con il potere di scioglimento delle Camere. Alla guida del governo piazzerebbe un uomo di sua fiducia e l’Italia diventerebbe una Repubblica presidenziale di fatto, senza modifiche costituzionali». Un ragionamento che molti mesi ha fatto anche un altro politico a tutto tondo, Matteo Renzi (i due si parlano spesso), il quale ha spiegato la necessità di costruire una Casa Riformista proprio per evitare lo scenario illustrato da Franceschini.
C’è, però, un altro problema nel centrosinistra. Con l’accelerazione della nuova legge elettorale- che prevede l’indicazione del premier - e la possibilità che si voti in aprile, bisogna decidersi su chi fa il candidato premier. Franceschini si è detto convinto che non ci sia altra strada se non le primarie (come Renzi): «Ditemi qual è l’alternativa. Ce ne sarebbe solo una: che i leader si accordino su un nome terzo ma non ne vedo. Le primarie allora sono lo strumento migliore per esprimere le proprie idee in una cornice di valori condivisi che si stabiliscono prima. E dal giorno dopo chi perde sostiene chi ha vinto».
Non tutti, però, la pensano così. Avs è contraria: «Noi siamo per l’accordo politico, non per le primarie», ha detto Angelo Bonelli, perché «fatte in questo contesto rischiano di rappresentare un elemento di divisione e di polarizzazione, invece dobbiamo lanciare segnali di distensione». Elly Schlein non è contraria, anzi. Tra i suoi una buona metà pensa che le vincerebbe. Ma tanti altri, intorno a lei e nei cerchi concentrici del Pd, frenano. Il ragionamento che si fa (soprattutto nell’ala sinistra) è questo: se si fanno le primarie e vince Conte, scoppia il Pd, se si fanno e vince Schlein, gli elettori del M5S poi non è detto che la votino alle elezioni, anzi è improbabile (vedi Venezia). Dunque, in un caso o nell’altro, per Schlein è una partita lose-lose. Perde in qualunque scenario.
Non solo. Spiega un dirigente dem: «Se fai una campagna elettorale Schlein contro Conte, anche con la premessa che chi perde sostiene l’altro, inevitabilmente devi puntare sui temi che dividono. Conte, ovviamente, insisterà sul fatto che bisogna finirla di mandare armi in Ucraina». E Schlein? «Dovrà essere più prudente. Ma il rischio è che i nostri seguano Conte su questo». Il problema delle primarie, si spiega, è che, inevitabilmente, «le differenze vengono esaltate, perché tu devi prima vincere le primarie, poi da premier cercherai un equilibrio su tanti temi, magari ammorbidendo certe posizioni, prima però devi puntare sulle differenze ed esasperarle». Non solo. Molti contestano anche l’idea che primarie a doppio turno favoriscano Schlein. «Chi l’ha detto che, poi, di fronte a una scelta netta gli elettori non votino Conte? Un cosa sono i dirigenti, altro sono gli elettori. Elly rischia molto di più con il ballottaggio».
Qual è, allora, l’alternativa? Seguire il metodo del centrodestra: fa il premier chi prende più voti. Questo è il piano A del Nazareno. Peraltro, si dice, sarebbe un incentivo ai rispettivi elettorati per andare a votare. Se la legge elettorale non cambia, il problema non si pone: non occorre indicare il candidato premier. Ognuno corre per sé, chi prende più voti fa il premier. Se cambia, l’idea che qualcuno suggerisce è di indicare un nome di bandiera, con un impegno tra i leader perché, se si vince, si vada dal presidente della Repubblica indicando tutti il leader del partito che ha preso più voti. Restano due problemi. Primo: la campagna elettorale avrebbe da una parte un leader, dall’altra no. Secondo: Conte. Il leader del M5S, che già si muove da candidato premier in pectore, ha capito che le primarie sono la sua grande occasione. Per convincerlo a rinunciare, l’offerta dovrà essere molto, molto vantaggiosa.