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Gli eco-intellettuali in cortocircuito sul green

Le associazioni si schierano contro pannelli e pale eoliche. Ma non indicano alternative: proprio come un gatto che si morde la coda
di Marco Patricelli martedì 14 luglio 2026

3' di lettura

Quarantaquattro intellettuali in fila per sei e col resto di due le cantano in coro all’opinione pubblica. Anche loro, come i gatti della canzone dello Zecchino d’oro, si sono uniti compatti per organizzare una riunione (verosimilmente webinar), precisare la situazione e lanciare una provocazione retorica: «Sareste disposti a bruciare la Gioconda e la Sardegna per ottenere energia?».

Sul primo punto, magari non sarebbe indelicato chiedere un’opinione ai cugini d’Oltralpe che in argomento sono alquanto permalosetti, e sul secondo ai sardi che non si sentono inferiori a nessuno del continente, dove peraltro altri italiani di altre regioni qualcosa potrebbero pure avere da ridire.

PAESAGGIO CONTRO AMBIENTE
 

Nell’indisponibilità del capolavoro di Leonardo e di uno scontato referendum sull’isola dei quattro mori bendati, i vertici di Wwf, Legambiente e Greenpeace chiamati in causa (Luciano Di Tizio, Stefano Ciafani e Chiara Campione), pur nell’impostazione statutaria, sfrondano il manifesto-appello utopistico e sforbiciano code e baffi allineati in fila per sei col resto di due: «Contrapporre le energie rinnovabili e la tutela del paesaggio è un errore». Oltre che ennesimo termine di paragone preso a effetto dal mazzo delle chimere, fa bum mediatico ma non è una bomba, neppure di saggezza o di buon senso.

È lapalissiano che se il paesaggio viene proposto come qualcosa di intangibile e il trend climatico non si arresterà per cause proprie o per intervento scientifico dell’uomo, l’inazione sulle rinnovabili e sulle energie alternative porterà logicamente alla compromissione di tutto quanto si vuole dogmaticamente tutelare. Le pale eoliche turbano l’armonia del creato, il nucleare irrita e spaventa, i pannelli solari fanno schifo, l’idroelettrico dà una scossa di repulsione e i combustibili fossili sono orrore puro, ma solo da noi.

CHIEDETE ALLA CINA

In Cina da cui compriamo di tutto e di più, e negli ultimi tempi pure automobili e ogni tipo di batteria per far marciare le vetture elettriche ecologiche, o in India, tanto per parlare di grandi numeri, la Gioconda o la Sardegna non sono certamente in cima ai pensieri. Lì gli intellettuali non firmano manifesti contro l’industrializzazione selvaggia, l’inquinamento o il paesaggio deturpato, né perché vogliono né perché possono: lì hanno premuto l’acceleratore sulla crescita tecnologica ed economica e se sfugge spesso e volentieri il piede sulla frizione sono problemi dei piccoli occidentali, quelli sempre così attenti anche ai gas immessi in atmosfera per cause naturali dalle mucche nostrane, mentre dalle parti del Gange le venerano.

Nel manifesto dei 44 si sollecitano le associazioni ambientaliste a prendere posizione contro eolico e fotovoltaico, e queste rispondono di potersi ritenere altrettanto stupite «di vedere tanta chiusura verso queste fonti energetiche, peraltro senza l’indicazione di un’alternativa credibile» e pure di «non vedere la responsabilità collettiva di costruire per le generazioni che verranno, un modello sicuro, democratico, accessibile, sostenibile e compatibile con la tutela dei territori».

E SENZA COMBUSTIBILE?

Le risposte della scienza, ieri come oggi, spesso non piacciono. Questo Paese calò una calotta di cemento armato referendario sul nucleare, perdendo decenni e acquistando nel frattempo energia prodotta dalle centrali appena oltre confine. Le pale eoliche non hanno superato i pregiudizi estetici del Belpaese, i pannelli solari danno i brividi, si spacca l’atomo solo per i distinguo su sicurezza, tempi lunghi e rifiuto mentale, mentre si continuano a bruciare i prodotti derivanti dai dinosauri estinti e decomposti. Un’era nella quale, si dice, l’uomo rischia di ripiombare o per un cataclisma climatico epocale oppure perché sarà costretto a un salto indietro senza neppure i lumi con l’aborrito petrolio. E non ci sarà neppure l’inchiostro per firmare i manifesti sulla Gioconda e la Sardegna. Con buona pace di Monna Lisa e pure del compianto Ivan Graziani che sempre in musica rifletteva sul valore della cultura che non permette di toccare le opere d’arte e neppure di goderle appieno. Vale per i quadri e vale pure per i paesaggi.
 

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