Quel gran genio dell’Ortega ha trovato la soluzione a tutti i problemi (suoi): ha abolito le elezioni in Nicaragua perché così, ha spiegato, i suoi avversari non potranno più andare al governo. Modello cubano. «Lo scorso anno il presidente Daniel Ortega» scrive Vatican News «aveva deciso di varare una serie di riforme costituzionali che, tra l’altro, avrebbero previsto la nomina della moglie Rosario Murillo “co-presidente” ed esteso il suo mandato a sei anni. Ora la conferma di blindare il suo potere con l’annuncio di domenica scorsa, occasione del 47esimo anniversario della rivoluzione sandinista del 1979, secondo cui non ci saranno più elezioni che permettano ai suoi avversari di tentare di conquistare il governo».
SEMBRA UNA BARZELLETTA
Sembra una barzelletta e il regime sandinista in effetti è abbastanza sgangherato, ma non fa ridere. Del resto già nel 2021 le elezioni «furono ampiamente contestate dopo che Ortega fece arrestare oppositori ed esponenti del mondo imprenditoriale e annientò il dissenso». Tutto è iniziato con la vittoria elettorale sandinista, nel 2006. Il governo è progressivamente diventato autoritario, ma mantenendo una facciata di democrazia pluralista. Ora ha annusato l’aria che tira e sta virando decisamente verso la dittatura. Quale aria? Dopo il 1989, nel mondo, il tipico regime comunista a partito unico sembrava archiviato, sprofondato sotto i suoi orrori e i suoi fallimenti. Restava in Cina, a Cuba, in Corea del nord e poco altro. Ma negli ultimi anni c’è stato un ritorno al rosso antico e ai sistemi illiberali: il caso più clamoroso è quello della Russia di Putin che, attorno al 2000, avendo ereditato da Eltsin una democrazia, pur imperfetta e fragile, era quasi sul punto di entrare nella Nato (si ricorderà il vertice di Pratica di Mare).
Tuttavia il governo russo ha poi ripreso la vecchia via autoritaria (comprensiva di aggressioni militari). Così pure il Nicaragua e altri. Si sono ringalluzziti per i successi economici della Cina – disgraziatamente propiziati dalla cecità dell’Occidente – e ora trovano, attorno a Pechino, la possibilità di fare un blocco anti-occidentale. Che si salda con l’islamismo (per esempio il regime iraniano). D’altra parte pure alcune sinistre occidentali sembrano dimenticare il riformismo e virare verso un certo radicalismo. Perfino negli Stati Uniti dove Trump, da qualche tempo, ha riportato il pericolo del comunismo al centro del dibattito politico.
Lo stesso Marco Rubio, Segretario di Stato Usa, ha dichiarato nei giorni scorsi: «Gli Stati Uniti non vogliono essere un paese comunista. Non saremo mai un paese comunista. Non permetteremo alle influenze comuniste di minare la nostra politica o la nostra società». E l’Italia che ha avuto per mezzo secolo il più forte Partito comunista d’occidente? Dopo alterne vicende, quel che ne restava confluì nel Pd con la sinistra dc. Ma oggi quel Pd è irriconoscibile. Da alcuni anni è in corso una metamorfosi della sinistra, che ha virato verso il radicalismo. È un fenomeno evidente.
IL CASO ITALIANO
Ieri Antonio Padellaro sul Fatto quotidiano ha firmato un corsivo intitolato: «Sinistra zitta sui “compagni che menano”». Ha scritto che sogna Elly Schlein, Giuseppe Conte, Fratoianni e Bonelli «che dichiarano agli italiani quanto segue: “i gruppi violenti che a Bologna hanno scatenato la guerriglia urbana (...) sono i nostri peggiori nemici”». Un sogno, ha aggiunto, «destinato a restare tale». Ma non si tratta solo di Bologna. Né solo di una questione italiana. Molto importante è la politica verso la Cina e verso la Russia dei Paesi occidentali, perché siamo a una nuova guerra fredda. Parafrasando la famosa battuta di Mark Twain – di fronte a un suo necrologio – potremmo dire che anche la notizia della morte del comunismo, che fu data nel 1989, fu grossolanamente esagerata. Ora è evidente.