Giuseppe Conte, in un'intervista al Fatto, accusa Giorgia Meloni di aver agito "da leader di partito" e di aver creato, con la sospensione di Schengen nei confronti della Spagna, «un precedente molto grave» per l’Italia. Una lettura che, però, appare quantomeno parziale e che rischia di ignorare un elemento evidente: la questione migratoria non è una battaglia isolata del governo italiano, ma un tema ormai condiviso da diversi governi europei, anche di orientamento politico molto diverso.
Il punto non è stabilire se la scelta di Meloni sia stata opportuna o meno. È legittimo contestarne necessità, proporzionalità ed efficacia. Ma sostenere che Roma abbia semplicemente trasformato Schengen in uno strumento di propaganda significa trascurare il quadro europeo. Le regole di Schengen consentono infatti agli Stati membri di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne in presenza di una seria minaccia all’ordine pubblico o alla sicurezza interna, come misura eccezionale e proporzionata.
C'è poi un elemento politico che rende ancora più debole l'accusa di Conte. Appena due giorni fa, il 10 agosto, Meloni ha pubblicato insieme alla premier danese Mette Frederiksen un messaggio comune sull'immigrazione. Le due leader, pur appartenendo a famiglie politiche differenti, hanno rivendicato una linea rigorosa contro l'immigrazione incontrollata, chiedendo più rimpatri e anche centri di rimpatrio in Paesi terzi. È dunque difficile descrivere la posizione di Meloni come quella di una leader che agisce esclusivamente per logiche di partito. Il confronto con la Danimarca dimostra piuttosto che esiste un orientamento europeo più ampio, trasversale agli schieramenti, sulla necessità di rafforzare il controllo delle frontiere e contrastare l'immigrazione irregolare.