È bastata una frase per scatenare il piagnisteo della sinistra. Il tema, poi, è sempre quello: il fascismo. Perché Giorgia Meloni, intervistata da Roger Cohen sul New York Times, ha dato un giudizio sul Ventennio ritenuto troppo morbido dall’opposizione. «Chiaramente, se guardiamo a questa storia oggi è una cosa. Se l’avessimo vissuta dall’interno, probabilmente l’avremmo vista diversamente, no?» dice la premier. Che si riferisce al periodo fascista come a un’epoca «particolarmente complessa».
Apriti cielo. Dal Pd si fa sentire il deputato, Arturo Scotto. «Anche Matteotti, Gramsci, Gobetti e tanti altri erano in mezzo alla storia. Ma percepirono subito cosa era il fascismo. Pagando con la vita» attacca sui social il deputato dem.
«Che nel 2026 Meloni non dica che non tutti furono complici è un’enormità» aggiunge Scotto, sottolineando che «il suo momento Vannacci è cominciato. O forse non è mai finito». Nel suo reportage sulla figura di Meloni, Cohen ripercorre la storia politica della premier, dalla militanza nel Fronte della Giovaentù a fine anni ’80 alla sua esperienza di governo con Berlusconi, fino alla vittoria alle elezioni del 2022.
Giorgia Meloni e il fascismo, Arturo Scotto delira: "Momento Vannacci iniziato. O forse..."
Parla Giorgia Meloni e la sinistra impazzisce. La presidente del Consiglio ha rilasciato un'intervista al New York T...MELONIZZAZIONE
Il giornalista ricorda anche il processo, definito «melonizzazione», che l’ha condotta a «liberarsi dalla minaccia dell’autoritarismo violento» e «ottenere consenso nel mainstream attraverso un conservatorismo pragmatico, o almeno la sua apparenza». Cohen, però, se lo chiede se Meloni sia «davvero diventata una moderata democratica all’età di 49 anni», o se «dentro di lei si nasconda ancora la neofascista diciannovenne». Quella militante che, nel 1996, disse alla tv francese che «Mussolini era un buon politico» e che «tutto ciò che ha fatto, lo ha fatto per l’Italia».
Nel suo reportage, Cohen ripercorre i luoghi cari alla destra meloniana. Si è recato alla Garbatella per visitare la sezione dell’Msi dove Meloni iniziò a fare politica. Lì ha incontrato Marco Volponi, che la dirige. Conosce la premier fin dall’adolescenza. «Al Colle Oppio ho imparato a difendere le mie idee», dice Meloni a Cohen. «Sono diventata la persona che sono grazie agli anni di militanza giovanile».
«Traghettando il suo partito post-fascista verso il mainstream, la signora Meloni ha sempre rifiutato di definirsi antifascista» scrive il giornalista americano, «termine che a suo avviso designa i gruppi di sinistra della sua gioventù, per i quali, nelle loro stesse parole, “uccidere i fascisti non è un reato”». Poi Cohen riporta un’altra frase di Meloni: «Conosco il nome e la storia di tutti i giovani sacrificati sull’altare dell’antifascismo».
«La signora Meloni» conclude «ha tratto vantaggio da questa esitazione, muovendosi su un sentiero stretto tra l’adesione alla libertà democratica italiana e una curiosa ambivalenza sul periodo in cui essa fu perduta». Ma ieri sul fascismo è intervenuto anche il ministro Nello Musumeci alla kermesse di Fdi, “Bar Italia”. «L’antifascismo è, da sempre, la più grande industria per la sinistra.
Un’industria che non conosce crisi e che li tiene uniti, loro che sono particolarmente divisi su tutto» ha sottolineato. «C’è la psicosi del ritorno al fascismo per tenere in piedi l’antifascismo militante, che è una invenzione strumentale» ha spiegato ancora il ministro per la Protezione civile. «Sia chiaro, noi di destra abbiamo grande rispetto per l’antifascismo storico», quando «c’erano i partigiani veri», quelli «che rischiavano la vita nella guerra civile per combattere l’avversario tedesco e italiano».
Tuttavia, ha aggiunto, «l’antifascismo non è una garanzia di libertà e democrazia, perché è solo lo strumento politico che la sinistra si è inventata negli ultimi mesi e anni solo per delegittimare l’unica forza politica che li contrasta, che è la destra di Fratelli d’Italia».




