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M5s, "il 91% dice no": il dato che può far crollare l'alleanza con il Pd

di Elisa Calessi martedì 22 settembre 2026

4' di lettura

A maggioranza davvero bulgara, il 91,7% (o con percentuali «non dissimili da quelle che riporterà Russia Unita alle elezioni», come ironizza velenosamente il dem Filippo Sensi) la base del M5S, concludendo ieri a Milano il percorso di Nova per la costruzione del programma, ha fissato una linea molto netta su Kiev: non «continuare a inviare armi» all’Ucraina, perché questo «allontana la pace». Il 94,1% ha, poi, votato contro il piano di riarmo europeo e il 91,8% contro l’aumento della spesa per la difesa.

Quello sul sostegno militare all’Ucraina era il punto più delicato, perché di maggiore distanza con il Pd e le forze di centro del centrosinistra (oltre che con il Pse in Europa). Il risultato è quello ampiamente previsto. E Conte, che nel discorso di chiusura ha vestito i panni del premier in pectore, ha messo in chiaro che sui contenuti politici «non indietreggeremo di un millimetro, sia chiaro!». Nessuna «ambizione personale», ha premesso, nessuna ipoteca su chi andrà a Palazzo Chigi. Ma le condizioni sono queste e non si negoziano.

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Elly Schlein, a Parma per il Festival Open, ha evitato lo scontro e come sempre ha cercato di vedere il bicchiere mezzo pieno: «Ho guardato con attenzione ciò che è emerso (dal percorso del M5S sul programma, ndr) e ci ho ritrovato molte cose condivisibili, se non sovrapponibili. Su quelle su cui non siamo già d’accordo discuteremo». Vero è che l’atteggiamento del leader del M5S, almeno ieri a Milano, non era proprio quello di cui chi ha voglia di discutere e di cercare compromessi.

«È il momento di una politica radicalmente e autenticamente progressista». Per il governo Meloni «esiste solo riarmo e chi sta facendo affari in quel settore. Oggi siamo costretti a essere radicali, non c'è possibilità di compromesso», ha detto. Applaude Chiara Appendino, che in questi mesi spesso aveva criticato il presidente del M5S per altre posizioni giudicate non abbastanza “radicali”: «Le nostre priorità sono chiare. No alla folle corsa al riarmo. Ce lo chiedono centinaia di migliaia di persone scese in piazza con noi, e noi non cambieremo idea. Il campo progressista può costruire il futuro solo se sceglie di essere testardamente radicale e alternativo a questa destra classista, servile con i potenti e guerrafondaia».

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VOTO AI 16ENNI

Ucraina a parte, nei risultati delle votazioni colpiscono i risultati meno bulgari. Per esempio sul voto ai 16enni (contenuto nel capitolo “Un patto generazionale”) i votanti si sono divisi: i sì sono stati 979, pari a poco più della metà ( 52,35%), i no 891 (47,65%). Riscuote un grande favore, invece, la proposta (ripresa da Conte sul palco) di istituire un “Ministero per le politiche migratorie” che gestisca «gli ingressi, l’accoglienza, l’integrazione e i rimpatri»: i sì sono stati il 95,9%, i no il 4,1%. E non ottiene consensi plebiscitari lo ius scholae: è d’accordo a dare la cittadinanza italiana a chi conclude un percorso scolastico l’89,36%, mentre ben il 10,64% è contrario.

Raccoglie un grande consenso, invece, l’idea di “superare il principio che lascia tutto il peso ai Paesi di primo arrivo e di imporre una redistribuzione obbligatoria e solidale tra gli Stati europei” (98,7% sì, 1,3% no). Sorprese ci sono anche sui diritti. La proposta di “riconoscere e tutelare le famiglie e i legami affettivi già esistenti, mettendo al centro l’interesse dei bambini” ottiene l’84,28% di sì, ma il 15,72% di no. E divide anche la depenalizzazione della coltivazione domestica della cannabis: 84,48% di sì, 15,52% di no. Non entusiasma nemmeno il “reddito di base per chi lavora nella cultura” (1.000 euro al mese). Lo approva il 76,52%, mentre è contrario il 23,48%. Così come non convince tutti l’idea di un “capitale di partenza per i giovani che compiono 18” di 15.000 euro: i sì sono il 78,4%, i no il 21,6%.

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Risultati che confermano la natura duplice dell’elettorato del M5S: vicino alle posizioni della sinistra-sinistra sulla politica estera, ma non lontano dalla destra su immigrazione e diritti. Al di là dei contenuti, è la giornata di Conte, il suo trampolino di lancio per le primarie del centrosinistra. Arriva sul palco di Nova 2026, accolto da una ovazione. La scenografia, il clima, le allusioni sono tutte convergenti: è lui il candidato più competitivo per Palazzo Chigi. «Siete consapevoli che abbiamo realizzato un progetto rivoluzionario? Mai successo in Italia e nemmeno nel mondo», dice parlando del percorso partecipato fatto fin qui.

«Che nessuno ci chieda di andare al governo per proseguire la politica internazionale del governo Meloni: non a noi», ribadisce. Ai partner del “campo largo” ripropone il nome della coalizione: “L’alleanza dei progressisti si chiami Alleanza per la Costituzione”. «Dobbiamo dire la nostra e dire non ci stiamo, dobbiamo diffidare di chi vi vorrebbe a casa. Chi ha sempre comandato nell’opacità vi vuole a casa, chiusi nell’astensione». Si schermisce: «Qui non ci sono ambizioni personali, guardatevi intorno, non c’è scritto M5S, chi lo farebbe?», dettaglio che potrebbe essere decisivo per non perdere la causa con Beppe Grillo, ma anche un modo per andare oltre i confini del Movimento. E su Israele è durissimo: «Chi compie un genocidio non sarà mai nostro amico».

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