A sinistra ci girano attorno, fanno finta di dimenticarsene, ma poi tornano sempre lì, alla patrimoniale. Sanno che è una pillola difficilmente digeribile per gli italiani che lavorano, producono, fanno impresa (piccola o grande che sia), e quindi cercano di indorare la pillola quanto più possibile. Con ragionamenti che sembrano facili ma che in fondo non sono altro che trucchi da prestigiatore di second’ordine.
Questa curiosa ossessione, che, contro ogni buon senso, aveva portato a dire all’ex ministro Tommaso Padoa-Schioppa che «pagare le tasse è bello», si riaffaccia, ancora una volta contro ogni buon senso, ora che la scadenza della legislatura e quindi le elezioni politiche si avvicinano. Ad aprire le danze è stata ieri Avs, che, per bocca dei due leader Fratoianni e Bonelli, ha presentato una proposta che si è definita «rivoluzionaria» ma che è la riproposizione della solita minestra riscaldata.
In particolare, Avs inserisce la patrimoniale in un pacchetto di misure programmatiche definito di «restituzione fiscale», non tradendo già nell’espressione usata la filosofia che le ispira: servirsi della leva fiscale per togliere risorse a che le ha, e che evidentemente se le è guadagnate già ottemperando ai suoi doveri fiscali, per redistribuirle dandole a chi non ne ha e casomai non ha fatto nulla per guadagnarsele contando sulla benevolenza statale. Lascio ai tecnici la valutazione nello specifico della riscrittura delle aliquote Irpef e dell’intero sistema fiscale che Avs propone, non senza constatare che la fetta di popolazione molto piccola che verrebbe colpita (quella che ha un patrimonio netto complessivo superiore ai 5,4 milioni di euro) è costituita probabilmente da proprietari di grandi imprese che con facilità trasferirebbero all’estero la loro attività.
Quanto alla lotta all’evasione fiscale, per l’ennesima volta proposta come panacea in grado di recuperare risorse, essa abbisognerebbe di una analisi seria che mai si ha avuto il coraggio di fare, soprattutto distinguendo quella che è frutto di furbizia e malafede, scarso senso civico, e che giustamente va colpita, da quella che in fin dei conti è una sorta di «strategia di sopravvivenza» del cittadino onesto. Quello che però qui interessa notare è l’idea di fondo, la filosofia, che ispira l’infelice ossessione della patrimoniale, che può essere facilmente riconducibile a sentimenti non certo nobili come l’«invidia sociale» o all’idea di una vita garantita nel suo minimo senza sforzi e impegni particolari da parte dei singoli. Ciò che occorre, in un’ottica liberale, è una sorta di “rivoluzione copernicana”: da una parte occorre guardare il problema dal lato della spesa pubblica e non da quello della distribuzione delle risorse; dall’altra, da quello della produttività e della ricchezza generale diffusa nel corpo sociale e non di una redistribuzione dall’alto delle poche e sempre minori risorse esistenti.
Se una famiglia ha un problema di bilancio riduce le spese, a cominciare da quelle improduttive e non essenziali; inoltre si preoccupa e si ingegna per far aumentare le entrate. Ugualmente dovrebbe fare lo Stato: eliminare, in modo anche impopolare, le tante sacche di spesa clientelare e inefficiente, sedimentatesi in anni di sperpero pubblico e diventate col tempo una rendita improduttiva per una parte della società; studiare le forme per incentivare e favorire chi la ricchezza la produce e chi ha voglia di impegnarsi per ottenerla, favorendo la crescita della produttività generale che è al momento il nostro vero “tallone d’Achille”. Rivolgendosi agli altri leader del campo largo, Fratoianni e Bonelli hanno detto che per loro è «giunto il momento di avere coraggio» perché «il Paese ha un incredibile bisogno di giustizia sociale». In maniera un po’ cinica, c'è da augurarsi che essi rispondano positivamente. Proporre nuove tasse, comunque apparentemente limitate a pochi super ricchi, non ha mai portato fortuna in campagna elettorale.