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Il piano di Casini: un passo indietro per puntare al Quirinale

di Pietro Senaldi lunedì 12 ottobre 2026

3' di lettura

Provaci ancora, Pierfurby, come lo ribattezzò Francesco Cossiga, democristiano e presidente della Repubblica. Se il casino è grande sotto il cielo, la situazione è eccellente, insegnava Mao Zedong. Casini lo sa e tenta la mossa del cavallo (di razza): un passo a lato, destra o sinistra per lui non ha mai fatto grande differenza, per farne poi due decisi davanti. Verso il Colle più alto, si potrebbe azzardare.

Cosa domandi a me, che ormai sono nel sarcofago?, è la risposta standard che l’ex presidente della Camera ha sempre tenuto pronta nell’ultimo decennio per chi gli chiedesse di sbilanciarsi su qualche nodo rognoso della politica. Nessuno gli ha mai creduto, ma la simpatia innata del personaggio e la consapevolezza di trovarsi di fronte a una lenza che già bazzicava i banchi di Montecitorio quando il cronista medio era ancora sui banchi di scuola, scoraggiava ogni replica. Insomma, parla lui, quando vuole; e ieri il fondatore dell’Udc ha usato il Corriere della Sera per annunciare il proprio ritiro dalla politica, o meglio dal Parlamento, dove entrò nel 1983, per restarvi fino al 2027, in tutto 44 anni.

Quarantaquattro nella cabala napoletana sono i cancelli, la prigione; quella di Pierfurby è stata dorata. Tanto che, più che un ritiro, quello paventato da Casini è interpretato da molti come un rilancio. «Al Quirinale non ci si candida, si viene eletti», precisa con austerità istituzionale l’interessato, non dimenticando l’omaggio a Sergio Mattarella, con quel sibillino «come dimostra la storia della Repubblica». Non siamo tendenziosi, il giovane vecchio democristiano conosce a menadito il linguaggio e gli equilibri della politica; per questo è doveroso, in un’occasione tanto importante, leggere ogni su parola con quella lente. E così facendo, gli indizi del piano Q dell’ex terza carica dello Stato, eletto nelle ultime due legislature come indipendente nelle liste del Pd e che ruppe, politicamente ma non umanamente, con Silvio Berlusconi nel 2008, per non farsi fagocitare dal Partito delle Libertà, si trovano piuttosto agevolmente.

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C’è il mettersi elegantemente al di sopra delle parti: «È il momento di cedere spazio a personalità più in sintonia con i partiti e le coalizioni che si presenteranno agli elettori». C’è il riconoscimento un po’ paraculo delle qualità superiori delle due potenziali grandi elettrici, una Giorgia Meloni «di notevole consistenza e che ha tenuto sulle sue spalle il peso di tutta la coalizione» e una Elly Schlein, «che sarebbe un errore sottovalutare, perché è capace di parlare al mondo giovanile non omologato alla politica tradizionale». C’è il segnale a Forza Italia e ad Arcore: «Berlusconi è stato il più carismatico, alla fine piaceva anche agli avversari». C’è l’occhio strizzato ai compagni: «Giorgio Napolitano guarda caso un capo dello Stato - il comunista più ammirato e Nilde Iotti la donna da non dimenticare mai». A buoni intenditori...

A ben vedere, questa non candidatura al Colle è in realtà una non ricandidatura. Già cinque anni fa Casini ci provò, o comunque fu vicino alla nomina ben più di quanto non dicano i 52 voti ottenuti nel terzo scrutinio, il 26 gennaio 2022. Fu Matteo Renzi il grande sponsor e furono Giorgia Meloni e soprattutto Matteo Salvini, che ai tempi aveva una più folta rappresentanza parlamentare a fermarlo. Pesarono anche il niet di Giuseppe Conte e il fatto che buona parte del Pd sotto sotto puntasse da sempre alla conferma di Mattarella. Essere un candidato trasversale è in teoria un vantaggio, ma la legislatura 2018-2022, nata nel segno dell’anti-casta, non poteva concludersi con l’incoronazione del parlamentare con più anzianità nell’emiciclo.

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Nel prossimo futuro lo scenario sarà differente, soprattutto se le elezioni non dessero un risultato netto, ma anche, più semplicemente, se e no si volesse affrontare un’altra legislatura sulle barricate. Da grande democristiano, Casini si candida a essere il male minore per chi non volesse forzare o imporre figure troppo partigiane.

Il sasso nello stagno è gettato, il telefono dell’onorevole ieri scottava, ma lui era stravolto, non dormiva da due giorni e accusava emicrania: segno che si è spremuto le meningi intensamente. Ha avuto la forza solo per guardare il suo Bologna, che ha finalmente vinto. Per il bolognese invece, che pure lui giocherà in trasferta, c’è da aspettare ancora.

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