Dice che ci teneva «a parlare di questa vicenda per trasparenza». Soprattutto verso «tutte le persone che mi hanno dato fiducia», ossia il voto per essere eletta al Parlamento europeo nelle liste di Avs. E quale giorno migliore della vigilia dell’avvio del processo di appello al tribunale del lavoro di Milano per il licenziamento dei suoi due collaboratori, Valentina Dadda e François Gelmetti? Così Ilaria Salis parla. Anzi, sarebbe meglio dire che si difende attaccando. Già, perché la sua ricostruzione del caso esploso a luglio sull’allontanamento di Dadda e Gelmetti, affidata all’agenzia Ansa prima e a un video su Instagram poi, si risolve in una sequela di doglianze sul comportamento del suo staff.
La vicenda è quella che in primo grado si è conclusa con la condanna, in contumacia, di Salis, chiamata a versare circa 300mila euro complessivi ai suoi ex assistenti a titolo di risarcimento. Una controversia che ha portato, come conseguenza, anche al pignoramento del conto corrente dell’eurodeputata per il pagamento degli accessori legali (circa 7mila euro), che poi Salis ha sbloccato due giorni dopo versando la somma. Premessa: dopo la condanna in primo grado, Salis ha presentato appello chiedendo anche la sospensione dell’esecuzione della sentenza. Cosa che è avvenuta, come ha puntualizzato nel video sui suoi account social. All’eurodeputata, adesso, interessa anche fermare - anzi, «mettere a tacere» - «la solita macchina del fango» che sarebbe stata azionata contro di lei. E dunque via con la controffensiva. Punto primo: lei afferma di essere venuta a conoscenza di questo procedimento solo dopo la sentenza di primo grado. Colpa di un difetto di notifica, afferma: il ricorso contro di lei sarebbe stato notificato, appunto, con la procedura prevista per gli «irreperibili». Ma lei, dice, non era «affatto irreperibile, sono una deputata europea e ho sempre avuto una Pec». Eppure, accusa, «il processo si è svolto in mia assenza. Io non ho potuto dire una parola». Da qui la condanna - in contumacia - solo perché non ha potuto portare le sue «ragioni», cosa che invece avverrà oggi.
L’aspetto più interessante della “versione di Ilaria”, però, riguarda i suoi ex collaboratori, compagni di lotte milanesi che nei quindici mesi della sua detenzione in Ungheria sono andati spesso a Budapest a darle conforto. Così quando è scattato il seggio a Strasburgo lei ha subito pensato a loro per costituire il suo staff. E da lì sono iniziati i problemi. «Hanno iniziato a collaborare con me con modalità scelte da loro. Mi sono resa conto che cercavano di sfruttare il loro ruolo per condizionare il mio mandato». E come? «Esercitavano pressioni psicologiche su di me facendo leva sul supporto che mi avevano dato quando ero in carcere». Salis sarebbe stata di fatto “ostaggio” dei suoi ex collaboratori: «Cercavano di influenzare le mie scelte politiche e di orientare l’utilizzo delle risorse a me affidate nel loro interesse personale». Poi l’affondo più grave: «Provavano a usare il mio mandato come se fosse una risorsa di loro proprietà». Così a lei non è rimasto altro che interrompere la relazione lavorativa: «Il rapporto di fiducia si è deteriorato, era diventato impossibile continuare a collaborare». Ma lei non è una tagliatrice di teste: «Voi cosa fareste se i vostri collaboratori pagati con soldi pubblici» non rispondessero alle mail e non si presentassero alle riunioni? Non c’era altra strada che dire “basta”, dopo aver cercato «per mesi» la strada per una possibile conciliazione consensuale.
Anche perché i due, così rivela all’Ansa, l’avrebbero minacciata che avrebbero fatto «tutto quello che potevano» per distruggerla. Così, dopo essersi accertata che Dadda e Gelmetti avessero i «mezzi di sostentamento», ci ha dato un taglio. «È stata una scelta di responsabilità per tutela l’indipendenza del mio mandato». Da oggi la parola torna ai giudici del lavoro.