Pandemia

Coronavirus, Fabrizio Pregliasco sulle mutazioni: "Così muta il Covid". Come il più infame parassita, una inquietante verità

Massimo Sanvito

Studiate e ancora non comprese fino in fondo. Temute e sottovalutate. Più cattive e contagiose. Le varianti del Corona sono tra noi da mesi. La naturale evoluzione del maledetto virus venuto dall'Oriente che cambia se stesso per continuare a sopravvivere alle spalle degli ospiti che si sceglie, come il più infame dei parassiti. Ne esistono circa 12.000 di variazioni genetiche del Covid, sono depositate negli infiniti database elettronici ma non tutte hanno le stesse capacità di replicarsi e diverse finiscono nel nulla.

Inglesi, sudafricane, nigeriane, brasiliane, napoletane, iraniane, neozelandesi, filippine e adesso anche la giapponese: le varianti parlano lingue diverse e attaccano in modi simili. «Il monitoraggio delle varianti è fondamentale e doveva essere fatto prima. Purtroppo ci si è resi conti che era necessario ricercarle solo di recente, a differenza di quanto ha fatto l'Inghilterra che è riuscita a investire fin da subito su questo tema», spiega Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario dell'Ircss Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano. La base di partenza di questo viaggio tra le spire delle varianti parte dalle tre principali, ovvero l'inglese, la brasiliana e la sudafricana. Sono molto simili tra loro. Rassicuriamo subito chi legge: tutte e tre sono protette dai vaccini, anche se Astrazeneca sta aspettando la conferma della copertura sulla sudafricana. Più contagiose del 30/40 per cento e con un tempo di infettività più ampio, da dieci a 14 giorni, necessitano di un'attenzione maggiore rispetto al Covid classico.

 

 

«Non ci sono ancora certezze, ma la carica virale potrebbe essere maggiore e di conseguenza sarebbe più facile determinare le infezioni», sottolinea Pregliasco. È proprio per tale motivo che nell'ultimo documento stilato da Inail, Iss, Ministero della Salute e Aifa in merito alle raccomandazioni contro le mutazioni del virus, si fa espressamente riferimento a un aumento della distanza da tenere quando si mangia, si beve o si sta senza la mascherina in casa o nei locali.

«Personalmente, proprio per lo stesso motivo della maggiore carica virale, consiglio anche più attenzione all'uso e al ricambio delle mascherine, consapevole però che le Ffp2 costino 2 euro l'una e cambiarne due a testa al giorno per una famiglia di quattro persone sia abbastanza oneroso». Un'altra novità legata alle varianti è data dal più ampio coinvolgimento dei giovani. L'età media nelle terapie intensive si è abbassata e non è più così difficile trovare persone di 40 o 50 anni intubate, cosa che non avveniva durante la prima ondata.

 

 

Poi ci sono tutte le altre varianti, compresa quella napoletana originaria dell'Africa e isolata dall'Università Federico II in collaborazione con l'Istituto Pascale o quella iraniana, l'ultima arrivata nel nostro Paese, scoperta per la prima volta nei giorni scorsi a Padova. Si tratta di varianti che rispetto alle tre principali presentano piccole modifiche nella sequenza genetica. L'episodio più curioso legato al proliferare delle varianti nel nostro Paese è quello che ha fatto capolino in provincia di Novara. Un bel gattone di otto anni che vive insieme ai suoi padroni si è ammalato di Covid: primo caso di variante inglese in un animale. A scoprirlo è stato l'istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta. Prima si sono contagiati i suoi amici umani e poi, circa dieci giorni dopo, ecco i sintomi respiratori per il felino. Nessun allarmismo, sia chiaro, il contagio tra persone rimane la strada principale di diffusione, ma le misure igieniche di base, su tutte il lavaggio frequente della mani, vanno adottate anche nel rapporto coi pelosi a quattro zampe.

 

 

In ogni caso, il monitoraggio sulle varianti sarà via via più stringente. «Per ogni operatore sanitario o over 80 vaccinato va mandato un campione in laboratorio da esaminare, per scongiurare che di mezzo ci possano essere variazioni genetiche: il controllo sistematico ogni sette giorni, con tampone, utile per verificare eventuali positività è necessario per tenere lontani i timori sugli eventuali insuccessi del vaccino», conclude Pregliasco.