Artemide è salpata per raggiungere Selene in un giorno di luna piena. Selene è la personificazione greca dell’astro d’argento. $ una missione spaziale storica, perché l’ultima risale a 54 anni fa. Ma l’uomo ama la luna, in un modo o nell’altro vi fa sempre ritorno. E se tutti, oggi, scrivono di questioni strategiche, a noi piace rimarcare che nulla accade per caso e a volte i fatti hanno un peso che la geopolitica non conosce. Poco importa che Artemis II sia il nome della missione e quello della navicella spaziale Orion. Perché nel mito greco Artemide, la dea vergine della caccia e della natura selvaggia associata alla luna, soprattutto nella sua fase crescente, è destinata a trionfare su Orione. Il quale dà il nome a una magnifica costellazione.
Potremmo dire che l’uomo guarda il cielo pieno di meraviglia fin dal primo giorno che ha calpestato la terra e la luna, il disco lucente che rischiara le notti quand’è piena o le lascia cupe quando si fa nuova, è da sempre una destinazione agognata, immaginata, interpretata: una grandiosa protagonista della civiltà. Selene – la luna – è una dea luminosa che attraversa il cielo notturno su un carro d’argento. Una notte scorge un pastore mentre dorme sul monte Latmo, in Grecia, e si innamora «della sua bellezza straordinaria», spiega Apollodoro. Il suo nome è Endimione e da quel momento sarà immortale, affinché Selene possa scendere a fargli visita e amarlo per l’eternità.
Non si pensi tuttavia di poter ridurre la luna a una questione romantica: sarebbe un grave peccato di riduzionismo. Nelle Georgiche di Virgilio essa scandisce il tempo dei suoi amati lavori agresti, “Luna redit labor actus in orbem”, ritorna dettando il ciclo dei lavori in campagna, tuttavia nell’Eneide essa è una presenza misteriosa, soffusa, che contribuisce all’ambiguità di alcuni passaggi dell’epopea del conquistatore del Lazio. Ma l’aspetto scientifico, o se vogliamo prometeico, dell’impresa di calpestarne il suolo, quando si sta progettando una nuova discesa, e sembra che allora allunerà anche un astronauta italiano, era già stato annunciato dall’italico Tito Lucrezio Caro. Poeta, e tanto filosofo, Lucrezio non si trastullava con i miti e guardava all’aspetto concreto delle cose, tant’è che definisce il sole e la luna “globi” che «ruotano nell’aria fra terra ed etere», e tuttavia le parole spese per Selene sono poesia altissima: «E la luna, sia che vaghi nello spazio brillando di luce riflessa, sia che irradi dal suo corpo la propria luce (...) rifulge di pieno splendore».
Quanta bellezza ha, nostra “sora Luna”, citata da San Francesco d’Assisi nel suo Cantico delle Creature, in cui la ringrazia con le stelle perché esse sono chiare, preziose e belle. Non si creda infatti che i cristiani l’abbiano dimenticata, è piuttosto vero che noi abbiamo dimenticato di essere cristiani. Al punto di ignorare che spedire astronauti nei pressi della luna il giorno della Passione, che cade oggi, ha un significato cristologico preciso e osiamo ipotizzare che la data scelta non sia casuale. Rabano Mauro, nel suo De rerum Naturis, ha scritto che «il corso della luna offriva agli uomini il più bello tra gli spettacoli del sacramento celeste» e il ciclo lunare annuncia la discesa di Cristo sulla terra, simboleggiando «in modo perfetto i misteri della solennità pasquale». Nel Vangelo di Giovanni Gesù dice di essere uscito dal Padre per venire nel mondo, quindi annuncia la sua Passione: «Ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre». Proprio come la luna, che allontanandosi dal sole aumenta la sua luce perché dispiega il suo sguardo sulla terra, così come la presenza di Gesù sulla Terra ha illuminato il mondo, mentre nella Settimana Santa si appresta a farvi ritorno mentre essa «si raccoglie gradualmente nel volto invisibile del cielo». $ una mirabile allegoria della Resurrezione.
Ha sempre molte cose da dirci sorella luna o, se preferite, Selene.
Nel suo olimpico distacco ha suggerito versi all’orecchio dei poeti, serenate agli innamorati, canzoni ai menestrelli. Semplicemente essendo, nella sua eterna indifferenza. Disse bene Giacomo Leopardi, che tanti strali lanciò contro la Natura matrigna e incurante delle sofferenze dei figli suoi, dedicandole una poesia molto amata, Alla luna: «O graziosa luna, io mi rammento che...». E Giacomino rimembra ammirando l’astro d’argento che pende chiaro sulla selva, ripensa alle sue lacrime di fanciullo e a quelle di un’età adulta sommamente infelice. La ricordanza, così la chiama Giacomo, è cosa importante e dovremmo coltivarla anche noi, popolo smemorato, ormai ignaro della sua grandezza. Si vede che abbiamo perso il senno.
Per fortuna anche qui ci aiuta la letteratura: nell’Orlando Furioso Ludovico Ariosto spedisce Astolfo sulla luna per recuperare il senno perduto dal paladino, impazzito d’amore per la bella Angelica. Ma vi trova anche quello di molti altri, raccolto in ampolle e poi le cose smarrite quaggiù: il tempo perso, l’amore gettato via, le preghiere senza risposta, la fama perduta, i desideri mai realizzati. L’astro d’argento li custodisce tutti quanti. Persino il desiderio di ripetere l’impresa di Astolfo su un cavallo alato.