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Il confronto impari tra il rito dell'uovo di Pasqua e il mito dell'ovetto

Carta plasticata, nastri e nastrini, retini in nylon. Poi la frantumazione del cioccolato: quante circostanze indigeste!
di Andrea Tempestini venerdì 3 aprile 2026

2' di lettura

Premessa metodologica: tutto ciò che è fede qui non c’entra nulla. Il rispetto è massimo, come la consapevolezza di non avere strumento alcuno per intrecciare queste 2.700 battute con la resurrezione di Gesù Cristo. Le conseguenze di una famiglia atea e di una crassa ignoranza religiosa, cruccio - l’ignoranza sul tema con cui convivo da tempo. Premessa necessaria perché scopro che l’uovo di Pasqua, almeno l’originario, ha connotazioni profondamente cristiane, un simbolismo preciso ed evocativo. Il mio approccio all’uovo, però, è sempre stato scevro da tali premesse. Per me azzarderei come per tutti i miei contemporanei- l’uovo è soltanto cioccolato. Anzi, è come le mimose a San Valentino e San Valentino stesso: una vacuità pacchiana e stereotipica.

Il punto è che trovo l’uovo di Pasqua di una tristezza unica, conformismo avvilente. E ripeto: il significato originario non c’entra poiché lo ignoro. In primis l’incarto: squallida stagnola, alluminio, imbarazzanti carte plastificate, retini altrettanto plasticosi, nastri e fiocchetti che soltanto i chihuahua. Il pensiero, con cupa disperazione, corre subito a bomboniere & confetti. Poi la qualità del cioccolato: trattandosi di trappola per allocchi risulta scadente, sproporzionata rispetto al prezzo.

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La base svasata in plastica è l’assassinio di ogni proiezione: la mutilazione delle aspettative in termini di dimensioni dell’uovo e un pugno nell’occhio in termini decorativi, ammesso e non concesso che prima di scartarlo l’uovo risulti accattivante. Dunque il momento tragico, l’apertura del suddetto. Se l’uovo è tanto bello come si concilia tale bellezza col distruggerlo? Tentare un’apertura perfetta delle due metà si traduce in fallimento, e se anche il tentativo va a buon fine le due metà verranno poi frantumate da mani sudaticce e ingorde. Di norma l’uovo viene malamente demolito, sbriciolato. C’è chi lo fraziona con un pugno ben assestato. In tutti i casi si tratta di azione tribale, incoerente. Quel che non si mangia finisce poi nella base svasata in plastica, l’inerte del cioccolato dove il cioccolato stesso viene dimenticato fino a deperimento e ulteriore smaltimento. Brutale, no? Infine l’Apocalisse, l’orrore cinematografico - dunque narrativamente valido del regalo: un’orrida presa per il culo in qualsivoglia uovo industriale (e di fatto esistono solo quelli). Se siete tra coloro che farciscono un uovo artigianale con un regalo degno, ecco, siete irricevibili, definirvi matti sarebbe troppo qualificante.

Conclusioni? La meraviglia dell’Ovetto Kinder sta nel regalo poiché riesce a sorprendere. I regali dell’ovetto sono sexy e stimolano morbosa serialità. L’uovo di Pasqua lo ripudio, ma forse l’unica cosa che mi premeva scrivere era l’elogio di quell’ovetto perfetto e senza tempo.

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