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Alzheimer, l'indizio sulla pelle: come scoprire se verrai colpito

giovedì 18 giugno 2026

2' di lettura

La pelle potrebbe diventare un importante strumento per la diagnosi precoce dell’Alzheimer e di altre malattie neurodegenerative perché, secondo alcune ricerche recenti, è in grado di riflettere processi patologici che avvengono nel cervello. Arianna Di Stadio, docente di Otorinolaringoiatria presso l’Università degli Studi Link e ricercatrice nel campo della neuroinfiammazione, spiega che pelle e cervello sono strettamente collegati sia dal punto di vista biologico sia funzionale. Entrambi derivano infatti dall’ectoderma, lo stesso foglietto embrionale da cui si sviluppano durante la vita fetale, e condividono la capacità di rispondere a neurotrasmettitori, stress e infiammazione. Inoltre, condizioni come ansia e stress possono attivare l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, determinando il rilascio di cortisolo e provocando reazioni sia a livello cerebrale sia cutaneo.

Questa connessione è supportata da diversi studi scientifici che hanno individuato specifiche alterazioni della pelle nei soggetti affetti da malattie neurodegenerative o a rischio di svilupparle. Una ricerca pubblicata nel 2023 ha mostrato che nei pazienti con Alzheimer alcuni parametri cutanei, come acidità, idratazione e vascolarizzazione, risultano differenti rispetto a quelli osservati nelle persone sane e possono modificarsi in risposta a determinati trattamenti farmacologici. Un secondo studio, condotto su oltre 300 persone, ha rilevato la presenza dell’alfa-sinucleina, una proteina associata alle malattie neurodegenerative, esclusivamente nei campioni di pelle dei soggetti malati, suggerendo che un esame istologico cutaneo potrebbe contribuire alla diagnosi. Un’ulteriore ricerca, svolta su più di 2000 individui, ha identificato marcatori precoci di neurodegenerazione attraverso l’analisi dell’autofluorescenza della pelle, indicativa dell’accumulo di prodotti di glicazione associati a processi infiammatori.

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Sebbene questi risultati siano ancora considerati preliminari, aprono prospettive molto promettenti perché le fasi iniziali delle malattie neurodegenerative sono caratterizzate da una forte componente neuroinfiammatoria, che risulta più facilmente trattabile rispetto al danno neurodegenerativo ormai consolidato. Se l’analisi della pelle permettesse di individuare precocemente tali processi infiammatori, sarebbe possibile sviluppare programmi di screening capaci di identificare i soggetti a rischio e intervenire prima della comparsa dei sintomi più gravi. Questo approccio assumerebbe un valore ancora maggiore considerando che oggi esistono molecole anti-neuroinfiammatorie efficaci e sicure, alcune delle quali sono state già impiegate in altri contesti clinici come il trattamento del Long Covid. Secondo la ricercatrice, il progresso tecnologico, insieme all’intelligenza artificiale e alla collaborazione tra neurologi e dermatologi, potrebbe consentire in futuro di riconoscere tempestivamente i segnali della neurodegenerazione attraverso semplici analisi della pelle, in particolare del viso, contribuendo così a ridurre il rischio di demenze e a migliorare le possibilità di prevenzione e cura.

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