Un’inchiesta sulla sicurezza delle Smart TV LG ha mostrato come, dopo la compromissione del sistema, un televisore possa arrivare a registrare audio anche quando lo schermo appare spento. Ma il caso apre anche una questione più ampia: quante informazioni può raccogliere una televisione connessa mentre la utilizziamo ogni giorno? Ne abbiamo parlato con Gianluigi Ballarani esperto di digital marketing. La televisione che abbiamo in salotto non è più soltanto una televisione è un computer collegato a Internet, con un sistema operativo, applicazioni, servizi pubblicitari, microfono e la possibilità di comunicare con altri dispositivi presenti nella nostra casa, una trasformazione che per molti utenti è quasi invisibile, ma che torna prepotentemente al centro dell’attenzione dopo un’inchiesta sulla sicurezza delle Smart TV LG.
Il 6 settembre Gamers Nexus, insieme a Level1Techs e a ricercatori di sicurezza, ha pubblicato un’indagine durata oltre due ore e basata su centinaia di ore di lavoro e sull’analisi di televisori LG con sistema operativo webOS. Tra gli aspetti più delicati emersi c’è la possibilità, dopo aver compromesso il dispositivo sfruttando vulnerabilità del sistema, di ottenere capacità di registrazione audio anche quando la televisione sembra spenta, con lo schermo nero e in standby. La notizia ha rapidamente alimentato titoli e timori sulla privacy domestica. Ma è importante distinguere ciò che i ricercatori hanno effettivamente dimostrato da ciò che non hanno dimostrato: l’inchiesta non prova che LG ascolti segretamente milioni di famiglie attraverso i propri televisori, mostra piuttosto che un dispositivo compromesso può essere trasformato in uno strumento capace di raccogliere informazioni molto sensibili.
È proprio questa distinzione, insieme al modo in cui le Smart TV raccolgono normalmente dati anche senza essere attaccate, a rendere la vicenda particolarmente interessante. Ne abbiamo parlato con Gianluigi Ballarani, che parte da un’immagine quasi profetica: quella del teleschermo di 1984 di George Orwell. «Quando ho letto l’inchiesta la prima cosa a cui ho pensato è stata 1984. Orwell immaginava il teleschermo come un oggetto che trasmetteva e riceveva allo stesso tempo, presente dentro casa e impossibile da spegnere davvero. Quasi un secolo dopo abbiamo messo spontaneamente nel salotto un computer connesso alla rete, dotato di microfono, sistema operativo, software pubblicitario e servizi che continuano a funzionare anche quando lo schermo diventa nero».
Il paragone, precisa Ballarani, non deve però essere preso alla lettera. «LG per fortuna non è il Grande Fratello di Orwell. Però l’intuizione di fondo fa impressione, perché il televisore è passato dall’essere un oggetto che ci mostra qualcosa, a uno che può anche raccogliere informazioni su quello che succede intorno a lui». La parte più inquietante dell’inchiesta riguarda il microfono. «I ricercatori hanno mostrato che, dopo aver compromesso il televisore sfruttando vulnerabilità di webOS, potevano registrare audio anche mentre la TV sembrava spenta, cioè con lo schermo nero e in standby. Hanno scollegato la connessione Internet e il televisore poteva continuare a conservare i dati localmente; una volta tornata la connessione quei dati potevano essere recuperati».
Per Ballarani, il significato della scoperta è soprattutto questo: «Una TV compromessa può diventare di fatto un dispositivo di ascolto piazzato nel punto più intimo della casa». Ma proprio su questo punto è necessario evitare interpretazioni eccessive. «Nei primi giorni molti titoli hanno corso più velocemente della ricerca, l’inchiesta non dimostra che LG stia registrando segretamente milioni di famiglie mentre guardano la TV o mentre il televisore è in standby. Per ottenere le capacità più inquietanti sul microfono, i ricercatori avevano prima compromesso il dispositivo».
La differenza è sostanziale. Il problema dimostrato è quello della sicurezza: se un attaccante riesce a entrare nel sistema, le funzioni disponibili possono diventare molto più invasive rispetto a quelle previste normalmente dal produttore. Ma c’è un altro aspetto della vicenda che secondo Ballarani merita ancora maggiore attenzione, perché esiste anche senza hacker : «La cosa che secondo me rischia di passare in secondo piano è tutto quello che avviene senza dover hackerare la TV. I ricercatori hanno osservato funzioni di network discovery: il televisore vede altri dispositivi presenti sulla rete domestica e può raccogliere informazioni sull’ambiente digitale della casa».
Poi c’è l’ACR, l’Automatic Content Recognition, una tecnologia che riconosce ciò che passa sullo schermo e può essere utilizzata per costruire informazioni sulle abitudini di visione. È una funzione legata all’ecosistema delle Smart TV e della pubblicità digitale, non necessariamente un’attività clandestina. Il punto, secondo Ballarani, è quanto l’utente sia realmente consapevole di tutto questo. «Accendiamo un televisore per vedere Netflix, premiamo “accetta” su una serie di schermate e dietro quel gesto possono esserci ACR, telemetria, servizi vocali, advertising e comunicazioni con altri dispositivi. Il consenso formalmente c’è. La comprensione reale di quello a cui stiamo acconsentendo è tutta un’altra questione».
Ed è proprio qui che la Smart TV assume un valore che va ben oltre l’intrattenimento. Il televisore rimane per anni al centro della casa, collegato alla stessa rete di smartphone, computer, smartwatch e altri dispositivi. Un ambiente digitale che può diventare estremamente interessante anche per il settore pubblicitario. «Il dato che mi ha colpito di più arriva direttamente da LG Ad Solutions», spiega Ballarani. «Negli Stati Uniti parla di 49 milioni di Smart TV LG e 363 milioni di “secondary addressable devices”. Nelle sue pagine commerciali parla apertamente di ACR first-party e targeting cross-device e usa una formula che dice moltissimo: “Own the living room”. Possedere, in senso pubblicitario, il salotto».
La risposta di LG, nel frattempo, ha contestato le interpretazioni più forti dell’inchiesta. L’azienda sostiene che i dati vocali vengano elaborati quando l’utente preme il pulsante voce del telecomando oppure quando viene riconosciuto “Hi LG”, se la funzione Far-Field è stata attivata. Secondo LG, quando la parola di attivazione non viene riconosciuta, l’audio viene elaborato localmente, cancellato e non inviato ai server. LG conferma inoltre la possibilità per le proprie TV di individuare dispositivi compatibili presenti sulla rete locale, descrivendo questa capacità come una normale funzione di connettività, e conferma l’utilizzo dell’ACR nelle condizioni previste dal consenso dell’utente. «La risposta di LG è importante e va riportata», sottolinea Ballarani, «perché separa il funzionamento dichiarato del prodotto dallo scenario costruito dai ricercatori dopo la compromissione. Allo stesso tempo rimane una domanda più ampia, che secondo me riguarda tutta l’industria e non soltanto LG: quanto comprende davvero un utente quando accetta le condizioni di una Smart TV?». È una domanda che riguarda ormai un numero crescente di oggetti presenti nelle nostre case. «Per anni abbiamo pensato che “Smart TV” volesse dire semplicemente Netflix e YouTube dentro il televisore. Oggi significa avere un vero computer nel salotto. E un computer può avere vulnerabilità, può essere attaccato, può raccogliere dati, può comunicare con altri dispositivi e può continuare a eseguire processi mentre noi vediamo uno schermo nero».
È proprio la distanza tra ciò che vediamo e ciò che realmente accade dietro lo schermo a rappresentare, secondo Ballarani, uno dei problemi più importanti. «Quando premiamo OFF sul telecomando abbiamo una sensazione molto fisica: la TV è spenta. In realtà abbiamo spento soprattutto ciò che vediamo. Dietro lo schermo rimane un sistema operativo con servizi, connessione e processi in background». Questo non significa che ogni Smart TV sia un dispositivo che ascolta gli utenti o che ogni televisore rappresenti automaticamente una minaccia. Significa però che la natura dell’oggetto è cambiata e che la sicurezza deve essere considerata parte integrante dell’esperienza tecnologica. «Il problema dei prossimi anni sarà proprio questo», conclude Ballarani. «Stiamo aggiungendo intelligenza, microfoni, telecamere e connessione a oggetti che per decenni abbiamo considerato inerti. Ogni nuova funzione porta comodità, ma apre anche una nuova superficie di raccolta dati e una nuova superficie d’attacco».
La domanda, allora, non riguarda soltanto il televisore LG. Riguarda il modo in cui stiamo trasformando le nostre case in ambienti sempre più connessi. La prossima volta che lo schermo diventerà nero, forse vale la pena ricordare che spegnere ciò che vediamo non significa necessariamente spegnere tutto ciò che c’è dietro.