Spesa libera

Pasta con grano 100% italiano? Ecco come stanno le cose

«La pasta di solo grano italiano è un mito mai esistito: da sempre per produrla si è utilizzato grano duro d’importazione, assieme a quello coltivato in Italia». Così Alessandro Marzo Magno, scrittore e giornalista, rilancia sui social media la questione dell’origine per la pasta. Lo spunto è il bombardamento sulla cittadina portuale russa di Taganrog, da cui partivano i carichi dell’omonimo grano duro di altissima qualità. Ora estinto. Destinazione: i pastifici liguri. «Quando noi vecchi pastai pensiamo con desiderio nostalgico all’antico bene perduto», diceva Vincenzo Agnesi, «siamo indotti a chiederci se il Taganrog sia realmente esistito, o sia piuttosto un sogno irreale». E comunque, racconta sempre Alessandro Marzo Magno, il Taganrog «è stato sostituito con grano duro canadese».

PROVOCAZIONE - Ma siamo davvero sicuri che per produrre spaghetti, penne e tortiglioni si debba utilizzare giocoforza il frumento duro d’importazione, assieme a quello italiano? Non è una generalizzazione eccessiva? Confesso: non resisto. E lancio allo scrittore veneziano una provocazione: «E la pasta 100% grano italiano che abbonda sugli scaffali dei supermercati? È taroccata?», gli domando commentando il suo post su Facebook. La sua risposta ha quasi il sapore della sfida: «Attilio Barbieri non abbonda. Per esempio la Molisana è uno dei marchi Gdo 100 % italiano. Possono permettersi di farlo proprio perché sono in pochi. Comunque è marketing: non è detto che il grano duro straniero debba per forza essere di cattiva qualità, come lascia intendere Coldiretti».

 

 

La sfida prende corpo. Mi offro di fare una prova: recarmi al punto vendita della Grande Idi Montebello della Battaglia- il tempio della spesa della casalinga di Voghera - e censire l’origine di tutte le marche di pasta esposte. E così faccio. Il risultato è visibile nel tabellone che pubblico in questa pagina. Riassumo le evidenze che ho verificato sugli scaffali dell’Iper.

Di pasta 100% italiana ce n’è davvero tanta. È vero che alcuni big come De Cecco e Rummo dichiarano in etichetta, come origine, «Italia, Ue e non Ue», ma la maggior parte dello spazio sul bancone è occupata da maccheroni e spaghetti rigorosamente 100% Italia. Barilla, che da sola vale un quarto del mercato oramai utilizza soltanto grano duro nazionale. La corazzata pastaia di Parma, dopo aver immesso sul mercato la linea nella scatola azzurra fatta con grano italiano, si è convertita totalmente al 100% Italia. Ora tutta la pasta Barilla- sia quella nella scatola Blu, sia la nuova pasta trafilata al bronzo nella confezione rossa - sono prodotte a partire da frumento tricolore. Al pari della Voiello che fa parte sempre della scuderia Barilla, che dichiara con grande evidenza sulla confezione, nel campo visivo principale: «100% grano italiano, qualità superiore Aureo».

 

 

Personalmente non sono tanto sicuro che si tratti, come scrive Alessandro Marzo Magno, di marketing. Anche perché quasi tutte le linee premium della pasta italiana sfoggiano la dichiarazione d’origine (tricolore) nel campo visivo principale, vale a dire sul fronte della confezione. Non è un caso se tra i grandi produttori, l’unica a utilizzare grano con origine «Italia, Ue e non Ue» e a scriverlo con evidenza è la De Cecco. Mentre Divella, Rummo e Garofalo che utilizzano (anche se non soprattutto) ingrediente primario importato, non lo indicano nel campo visivo principale. Per verificarne l’origine il consumatore deve maneggiare la confezione e ruotarla di 180 gradi. Un caso? Penso proprio di no.

TRASPARENZA - Non ho contato il numero di confezioni presenti sugli scaffali della Grande I ma a occhio circa due su tre si dichiarano 100% italiane. Mi sono divertito, invece, a quantificare trasparenza e leggibilità dell’etichettatura, attribuendo un punteggio per alcune voci: tre punti alla dichiarazione d’origine nel campo visivo principale, un punto al tempo di cottura sul fronte della confezione, e sempre un punto alla presenza del tricolore, alla dichiarazione «Made in Italy» o segno assimilabile, e un punto alla presenza del codice Qr, quell’insieme di puntini e lineette che, letti con uno smartphone, conducono a pagine o siti web in cui si racconta il prodotto. Il risultato è quello che potete vedere riassunto dai punteggi totali nell’ultima colonna di destra. Non è un caso se - ad eccezione di De Cecco e Donna Chiara - tutte le paste che dichiarino l’origine nel campo visivo principale sono 100% italiane e hanno il punteggio totale più alto delle altre. Fra l’altro, la situazione che ho verificato sul bancone dell’Iper trova riscontro nei dati sul grado di auto approvvigionamento dell’Italia per il grano duro che nel 2022 (ultima annata censita da Ismea Mercati) è arrivato al 71% del totale. Dunque per fare la pasta importiamo il 29% del frumento duro che utilizziamo. Così, più di due pacchi di pasta su tre sono «100% Italia».