Per definire in breve il buffet l’enunciato migliore è dei CCCP: le insegne luminose attirano gli allocchi. Che poi a ben vedere ogni strofa dei CCCP è il miglior enunciato per qualcosa, quanta impareggiabile grandiosità nei testi di Ferretti. In ogni caso il buffet, nel caso in specie quello di un hotel, è oggettivamente come l’insegna luminosa: attira gli allocchi. E persuade anche chi allocco non è: il buffet è proiezione, completezza irrisoluta, ma completezza. Può darsi che ci sia proprio ciò che agognate, per quanto la qualità sia rivedibile, infima. Il buffet, in primis, genera paradossali cortocircuiti: mela, banana, pera e semi di chia per sentirsi virtuosi; pancetta, triplo cornetto alla crema, affettati, uova strapazzate e fagottini al cioccolato per un piacere che annulla ipotetiche virtù. In fondo se qualcuno vi sbirciasse vedrebbe solo le bucce dei frutti, il resto lo si inghiotte per intero, e insomma risultereste virtuosi. Ergo il buffet è un solenne mentire su te, con te. «Ma quante pere hai mangiato?», chiese un amico che giunse al tavolo a (mia) colazione ultimata. Sapesse quante schifezze, oltre alle pere. Ma non lo confessi. Sei un virtuoso, finto, fruttariano.
Agli allocchi il maître spiega che «il pacchetto comprende anche le bevande», con agile movimento della mano indica acqua, acqua gas, Schweppes al limone e Pepsi. Sti cazzi! Ma l’allocco gongola. Ci si imbatte in sashimi di tonno in pancarré, ossia una fettina di tonno scadente, ai confini dell’edibile, avvoltolata in una striscia di pane in cassetta; il tutto su un cucchiaio da finger food che fa sbrodolare l’allocco ma non cambia la sostanza: quel boccone è una schifezza. Ho ingollato carne salada nera, feta fritta che pareva una Big Babol, patatine indegne di un paese civile, riso venere con fettina di salmone più oscene del Chappi (ma sul cucchiaino da finger food). Poi, certo, le verdure grigliate. Il peggio in essenza dello spettro culinario che, però, quando si tratta di buffet eccelle (s’intendano le verdure, al netto della griglia). Le si inghiottono e ci si sente virtuosi, almeno fino ai cubetti di feta fritta spugnosa. Le insalate da comporre, infine, sciacquano i residui di coscienza sporca.
Perché, in fondo, la meraviglia del buffet è l’oscenità e lo sprofondare in tale abisso: formaggi grossolani, brioche decongelate, rivoltanti insalate di mare, piatti di pasta scotta serviti con solennità da camerieri stranieri addestrati a reiterare gesti solenni. E brocche di acqua gas super-bolle da riempire a profusione.
Se non apprezzate il buffet e la sensazione di insulsa e gravosa sazietà che ne segue, a mio modesto avviso, avete un limite. Viva gli allocchi.