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Intestino, l'effetto-birra (senza berla): un problema per il corpo

di Paola Natali martedì 3 febbraio 2026

2' di lettura

Immaginate di sentirvi ubriachi senza aver bevuto una goccia di alcol. Per alcune persone, questo è realtà. Si chiama Auto-Brewery Syndrome (ABS), o sindrome della fermentazione intestinale, riscontrata  per la prima volta nel 1952 in Giappone,  una condizione rara in cui l’intestino trasforma i carboidrati ingeriti in etanolo, creando un vero e proprio “birrificio interno”. 

Chi soffre di ABS può manifestare sintomi molto simili all’intossicazione alcolica: sbalzi d’umore, confusione, vertigini, difficoltà di coordinazione, nausea, gonfiore, problemi gastrointestinali e cognitivi. Alcuni casi diventano noti perché le persone presentano alcol nel sangue pur non avendo bevuto, con conseguenze sociali, lavorative e persino legali.

Alla base del fenomeno c’è uno squilibrio del microbiota intestinale, la popolazione di batteri e lieviti che vivono nel nostro intestino. In chi soffre di ABS, alcuni microrganismi come Saccharomyces cerevisiae, Candida, Escherichia coli e Klebsiella pneumoniae proliferano e fermentano gli zuccheri trasformandoli in alcol. Fattori che favoriscono la sindrome includono uso prolungato di antibiotici, diete ricche di zuccheri e carboidrati, problemi gastrointestinali come la SIBO (crescita batterica eccessiva nell’intestino tenue) e malattie metaboliche o epatiche che riducono la capacità dell’organismo di metabolizzare l’etanolo prodotto.

Diagnosticare l’ABS non è semplice. I medici ricorrono a test con carboidrati, analisi fecali per identificare eccesso di lieviti o batteri, e test del sangue e del respiro per escludere altre cause di intossicazione. Il trattamento punta a fermare la produzione interna di alcol e riequilibrare il microbiota, con diete povere di zuccheri, farmaci antifungini, probiotici e, nei casi più complessi, trapianto di microbiota fecale.

Un recente studio pubblicato su Nature, intitolato “Il metabolismo dell’etanolo da parte del microbiota intestinale contribuisce alla sindrome dell’auto-birrificazione in una coorte osservazionale”, ha analizzato 22 pazienti con ABS e 21 partner conviventi sani. I ricercatori hanno scoperto che i campioni fecali dei pazienti durante le fasi acute producevano quantità significative di etanolo in laboratorio, ridotte dall’uso di antibiotici. L’analisi del microbioma intestinale ha mostrato un aumento di Proteobacteria, in particolare E. coli e K. pneumoniae, e un arricchimento dei geni coinvolti nei percorsi metabolici dell’alcol, come la fermentazione mista acida, la fermentazione eterolattica e il metabolismo dell’etanolamina. L’analisi metabolomica ha evidenziato aumenti di acetato nelle feci, correlati ai livelli di alcol nel sangue. In un paziente trattato con trapianto di microbiota fecale, i sintomi sono migliorati in parallelo a cambiamenti positivi nel microbiota intestinale. Secondo gli autori, questi dati aprono la strada a nuove strategie terapeutiche personalizzate per chi soffre di ABS.

La sindrome rimane molto rara, con meno di 100 casi documentati, ma probabilmente sottodiagnosticata perché può essere confusa con abuso di alcol. Riconoscerla è fondamentale per proteggere salute, vita sociale e sicurezza personale. In altre parole, il nostro intestino può riservare sorprese incredibili… a volte trasformandosi in un vero e proprio birrificio biologico.

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