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Influenza D, l'uomo nel mirino: il virus spaventa gli scienziati

di Paola Natali giovedì 26 febbraio 2026

3' di lettura

C’è un virus influenzale che si sta diffondendo silenziosamente negli allevamenti di tutto il mondo. Colpisce soprattutto i bovini, è presente in più continenti e possiede alcune delle caratteristiche che in passato hanno reso pericolosi altri ceppi influenzali. Si chiama influenza D, o IDV (Influenza D Virus), e per ora non rappresenta un’emergenza sanitaria per l’uomo. Ma gli esperti invitano a non sottovalutarlo.

Abbiamo sentito il Prof Fabrizio Pregliasco  «Lo conosciamo dal 2011: è un Orthomyxovirus, come le influenze A, B e C, ma è distinto dall’influenza C», spiega il virologo. Se l’influenza di tipo A resta la più pericolosa per l’uomo – basti pensare al sottotipo H5N1 – anche l’influenza D (IDV) presenta elementi che attirano l’attenzione degli esperti: è diffusa in diverse aree del mondo, può infettare più specie animali e possiede caratteristiche tipiche dei virus emergenti. Il principale serbatoio sono i bovini, dove può provocare forme respiratorie anche serie, ma il virus è stato riscontrato anche in suini, ovini, caprini e altri mammiferi. «Si tratta di una zoonosi – sottolinea Pregliasco – perché può interessare specie diverse». Al momento non si registrano casi gravi nell’uomo. Tuttavia il Prof Pregliasco sottolinea che l’attenzione è alta. «Oggi disponiamo di strumenti di laboratorio più avanzati che ci consentono un monitoraggio più accurato. È fondamentale rafforzare la sorveglianza epidemiologica e migliorare lo scambio di dati a livello internazionale».

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Identificata per la prima volta nel 2011, l’influenza D è oggi presente in Nord America, Europa e Asia. Il suo principale serbatoio sono i bovini, ma il virus è stato rilevato anche in suini e in altre specie animali. Questa capacità di infettare ospiti diversi è uno degli elementi che lo avvicinano all’influenza A, il ceppo responsabile delle pandemie più note. La diffusione negli allevamenti è ormai documentata e stabile. Per gli animali può contribuire a sindromi respiratorie che hanno un impatto sanitario ed economico significativo. Ed è proprio la sua ampia circolazione a destare l’interesse — e in parte la preoccupazione — della comunità scientifica. Come altri virus influenzali, anche l’IDV possiede un genoma segmentato. Questo significa che può andare incontro a riassortimento genetico: se due virus infettano la stessa cellula, possono scambiarsi segmenti di materiale genetico, generando nuove varianti. È un meccanismo noto, che in passato ha contribuito alla nascita di ceppi pandemici. Al momento non esistono prove di una trasmissione sostenuta da uomo a uomo. Tuttavia, alcuni studi hanno rilevato anticorpi contro l’influenza D in lavoratori esposti al bestiame, segno che il virus può occasionalmente infettare anche l’essere umano.

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Gli scienziati parlano di “sorveglianza”, non di allarme. L’influenza D non sta causando malattie gravi nell’uomo né focolai preoccupanti. Ma il fatto che circoli a livello globale, che infetti più specie e che abbia la capacità di evolvere rapidamente lo rende un osservato speciale. La lezione degli ultimi decenni è chiara: molte minacce sanitarie emergono dal mondo animale prima di fare il salto di specie. Per questo il monitoraggio costante negli allevamenti e tra le categorie più esposte è considerato essenziale. Per ora l’IDV resta un virus principalmente veterinario. Ma nella mappa dei possibili patogeni emergenti, il suo nome è già segnato in rosso nei taccuini dei virologi.

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