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Alzheimer, l'orologio nel sangue: ecco chi verrà colpito

di Paola Natali mercoledì 25 febbraio 2026

2' di lettura

Un semplice esame del sangue potrebbe aiutare le persone con Alzheimer a capire quando i sintomi diventeranno più gravi. È quanto emerge da uno studio condotto su oltre 600 pazienti, che apre alla possibilità di avere una sorta di “orologio biologico” capace di stimare l’evoluzione della malattia. La ricerca, guidata da un team della Washington University in St. Louis e pubblicata sulla rivista Nature Medicine, ha sviluppato un modello in grado di prevedere l’insorgenza del deterioramento cognitivo con un margine di accuratezza di circa tre o quattro anni.

Al centro dello studio c’è una proteina chiamata p-tau217, già nota alla comunità scientifica per il suo legame con i processi neurodegenerativi tipici dell’Alzheimer. Analizzando i livelli di questa proteina nel sangue, i ricercatori hanno osservato una correlazione significativa con la velocità del declino cognitivo. In altre parole, concentrazioni più elevate di p-tau217 sembrano indicare un’evoluzione più rapida della malattia. Questo biomarcatore potrebbe quindi fornire una stima personalizzata dei tempi in cui i sintomi diventeranno clinicamente rilevanti.

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Lo studio ha esaminato i dati provenienti da due grandi e storici progetti di ricerca statunitensi sull’Alzheimer, che monitorano da anni centinaia di persone a rischio o già diagnosticate. Incrociando i risultati dei test ematici con le valutazioni cliniche nel tempo, il team ha costruito un modello predittivo capace di stimare con una precisione di tre-quattro anni l’arrivo del deterioramento cognitivo.

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Non si tratta di una diagnosi definitiva, ma di una previsione probabilistica che potrebbe rivelarsi estremamente utile nella pianificazione della vita quotidiana e delle cure. Sapere in anticipo quando potrebbero comparire sintomi più gravi consentirebbe ai pazienti di organizzare meglio il proprio futuro, prendere decisioni su lavoro, famiglia e assistenza sanitaria e accedere tempestivamente a eventuali terapie sperimentali. Gli esperti sottolineano che saranno necessari ulteriori studi prima che il test possa entrare nella pratica clinica di routine. Tuttavia, la prospettiva di un esame del sangue semplice e poco invasivo rappresenta un passo importante rispetto agli attuali strumenti diagnostici, spesso più complessi e costosi.

La ricerca sui biomarcatori dell’Alzheimer sta avanzando rapidamente. E se questa “clessidra” biologica sarà confermata, potrebbe cambiare il modo in cui pazienti e medici affrontano una delle malattie neurodegenerative più diffuse al mondo.

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