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Alzheimer, i segnali del linguaggio che ti condannano

di Redazione lunedì 23 marzo 2026

2' di lettura

Uno studio del 2023 ha evidenziato che i primi segnali del morbo dell'Alzheimer potrebbero nascondersi nel modo di parlare di una persona. Secondo i ricercatori dell'Università di Toronto sostengono che il ritmo del parlato quotidiano potrebbe indicare il declino cognitivo rispetto alla difficoltà di trovare le parole. "I nostri risultati indicano che i cambiamenti nella velocità generale del parlato potrebbero riflettere cambiamenti nel cervello" ha dichiarato Jed Meltzer, neuroscienziato cognitivo. "Questo suggerisce che la velocità del parlato dovrebbe essere testata come parte delle valutazioni cognitive standard per aiutare i medici a individuare più rapidamente il declino cognitivo e a supportare gli anziani nel mantenimento della salute cerebrale con l'avanzare dell'età", ha proseguito l'esperto. 

In questo senso si parla di lethologia, ovvero il cosiddetto fenomeno della "parola sulla punta della lingua". Si tratta di un'esperienza comune ai giovani che si aggrava con l'avanzare dell'età, soprattutto dopo i 60 anni. Per capire il perché di questo fenomeno, i ricercatori hanno chiesto a 125 adulti sani, di età compresa tra i 18 e i 90 anni, di descrivere una scena nei minimi dettagli. E i risultati sono stati in linea con la "teoria della velocità di elaborazione", secondo la quale alla base del declino cognitivo vi è un rallentamento generale dei processi cognitivi, e non un rallentamento specifico dei centri della memoria. "È evidente che gli adulti più anziani sono significativamente più lenti degli adulti più giovani nel completare vari compiti cognitivi, inclusi compiti di produzione di parole come nominare immagini, rispondere a domande o leggere parole scritte", ha evidenziato un team guidato dallo psicologo Hsi T. Wei dell'Università di Toronto.

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Facciamo un esempio. "Nel parlato naturale - hanno spiegato gli esperti -, gli anziani tendono anche a produrre più disfluenze, come pause vuote e piene (ad esempio, 'uh' e 'um') tra una frase e l'altra, e hanno generalmente una velocità di eloquio più lenta". La ricercatrice sulla demenza Claire Lancaster, in un articolo del 2024 pubblicato su The Conversation, ha sottolineato che lo studio di Toronto "ha aperto prospettive entusiasmanti... dimostrando che non è solo ciò che diciamo, ma anche la velocità con cui lo diciamo a poter rivelare cambiamenti cognitivi".

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