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Aspirina? Non per tutti: su quali soggetti il farmaco è inutile

di Paola Natali mercoledì 20 maggio 2026

3' di lettura

Vai dal medico, ricevi una prescrizione e ti aspetti di stare meglio nel giro di pochi giorni. È così che immaginiamo il funzionamento della medicina moderna: diagnosi, farmaco, guarigione. Eppure la realtà è molto più complessa. Come riportato sul Times secondo il farmacista e accademico britannico Dr Nick Barber, autore del libro The Truth About Medicines, molti farmaci, dall’aspirina alle statine, non funzionano allo stesso modo per tutti i pazienti. In alcuni casi, possono addirittura non avere alcun effetto. Per decenni abbiamo considerato i medicinali come strumenti “universali”: se un farmaco funziona su migliaia di persone durante i test clinici, allora dovrebbe funzionare anche su di noi. Ma il corpo umano non è standardizzato. Età, genetica, metabolismo, alimentazione, stile di vita e perfino il microbioma intestinale possono cambiare radicalmente il modo in cui una medicina agisce.

Un antidolorifico che elimina il mal di testa in una persona potrebbe risultare quasi inutile in un’altra. Lo stesso vale per antidepressivi, farmaci contro il colesterolo o terapie per la pressione alta. Barber sottolinea che spesso la medicina moderna lavora su probabilità statistiche: un farmaco viene approvato perché aiuta “molte persone”, non necessariamente “tutte”. Le statine, usate per abbassare il colesterolo e prevenire problemi cardiovascolari, sono tra i farmaci più prescritti al mondo. Tuttavia, non tutti i pazienti ottengono gli stessi benefici. Alcuni mostrano un netto miglioramento dei parametri cardiaci, altri registrano effetti minimi, mentre altri ancora sviluppano effetti collaterali come dolori muscolari, stanchezza o problemi epatici.

Questo non significa che le statine siano inutili, ma che la loro efficacia dipende fortemente dal singolo individuo. La medicina personalizzata, cioè adattata alle caratteristiche biologiche del paziente, sta cercando proprio di affrontare questo limite. L’aspirina è considerata uno dei farmaci più affidabili e conosciuti della storia. Eppure esiste un fenomeno noto come “resistenza all’aspirina”: alcune persone non reagiscono al farmaco nel modo previsto, riducendo così la sua capacità di prevenire coaguli e problemi cardiovascolari.

Le ragioni possono essere genetiche, metaboliche oppure legate all’assunzione contemporanea di altri medicinali. Questo dimostra come persino i farmaci più studiati non garantiscano risultati identici per tutti. Uno degli aspetti più sorprendenti della ricerca farmacologica riguarda il ruolo dell’effetto placebo. In molti studi clinici, una parte significativa dei pazienti migliora assumendo sostanze prive di principio attivo, semplicemente perché crede di stare ricevendo una cura efficace. Questo non significa che i sintomi siano “immaginari”, ma che mente e corpo sono profondamente collegati. Fiducia nel medico, aspettative positive e contesto terapeutico possono influenzare concretamente la percezione del dolore e il recupero.

Prima di essere approvati, i farmaci vengono testati su migliaia di persone. Tuttavia, i partecipanti agli studi clinici spesso non rappresentano perfettamente la popolazione reale. Gli anziani, chi soffre di più malattie contemporaneamente o chi assume molti medicinali può reagire in modo diverso rispetto ai soggetti selezionati per gli studi. Inoltre, un farmaco può risultare efficace “in media”, ma nascondere grandi differenze individuali. Se su dieci persone sei migliorano molto e quattro non migliorano affatto, il medicinale verrà comunque considerato efficace. La soluzione potrebbe arrivare dalla farmacogenomica, il settore che studia come i geni influenzano la risposta ai farmaci. In futuro, un semplice test genetico potrebbe aiutare i medici a capire quale terapia funzionerà meglio per ogni paziente, evitando tentativi inutili ed effetti collaterali.

Alcuni ospedali stanno già iniziando a usare approcci personalizzati per oncologia, cardiologia e psichiatria. L’obiettivo è superare il modello “un farmaco per tutti” e creare cure più precise e mirate. Il messaggio di Barber non è quello di diffidare della medicina, ma di comprenderne i limiti. Se un farmaco non sembra funzionare, non bisogna interrompere autonomamente la terapia, ma parlarne con il medico. A volte è necessario modificare dosaggi, cambiare principio attivo o valutare fattori esterni come dieta, sonno e interazioni farmacologiche. La medicina moderna resta uno degli strumenti più potenti mai sviluppati dall’uomo. Ma non è una scienza esatta. E forse il futuro della salute non sarà trovare “il farmaco perfetto”, bensì trovare il farmaco giusto per ciascuno di noi.

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